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Autonomia, escono di scena scuole e autostrade regionali

Il neo ministro degli Affari regionali Francesco Boccia (Pd) punta al modello Emilia Romagna, che era andata più avanti nel taglia e cuci sui testi nella fase finale della trattativa sull'autonomia differenziata, passata direttamente al premier Conte a Palazzo Chigi

di Gianni Trovati


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2' di lettura

Il cambio di inquilino agli Affari regionali dalla leghista Erika Stefani a Francesco Boccia del Pd (senza passaggio ufficiale di consegne a quanto si racconta) non blocca ufficialmente il cammino dell’autonomia differenziata. Ma lo modifica profondamente. Ripartirà «dai punti di contatto che erano stati trovati già con lo scorso governo pur da impostazioni diverse», ha spiegato ieri il neoministro uscendo dal Quirinale dopo il giuramento.

E il riferimento punta dritto all’Emilia Romagna, che era andata più avanti nel taglia e cuci sui testi nella fase finale della trattativa, passata direttamente al premier Conte a Palazzo Chigi. Che cosa significa, in concreto? Al di là del cambio di colore del governo, che relega all’opposizione il leghismo a trazione nordista incarnato dai presidenti di Lombardia e Veneto, le distanze si concentrano sui dossier più pesanti anche sul piano economico nell’elenco di richieste di Attilio Fontana e Luca Zaia.

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Primo, la scuola. Lombardia e Veneto hanno proposto la regionalizzazione degli insegnanti, con due obiettivi: la possibilità di integrare con risorse locali i fondi per la contrattazione decentrata (avviene già in sanità), e contrastare il fenomeno delle cattedre lasciate vuote dal ritorno di molti insegnanti nelle proprie zone d’origine al Sud. In sede tecnica si è tentata fino all’ultimo una mediazione, per provare a raggiungere lo stesso effetto senza ruoli regionali. Ma è saltata.

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Niente da fare anche per la regionalizzazione delle concessioni di strade, autostrade e ferrovie. Il «no» ministeriale è stato secco nel governo Conte-1, e non promette di cambiare nel Conte-2. Idem per i beni culturali, dove anzi l’ex ministro Alberto Bonisoli (in quota M5S) aveva avviato una riforma giudicata “centralista” che ora probabilmente verrà ripensata.

Bologna ha scelto una strada diversa. Sulla scuola ha chiesto soprattutto poteri di programmazione dell’offerta e di sviluppo della formazione professionale in rapporto con le imprese, e lo stesso ha fatto sulle altre materie principali. Ma non è solo un problema di competenze.

All’orizzonte c’è un ripensamento integrale del processo. Che partirà dal Parlamento, e punterà a rivalutare gli equilibri finanziari anche con le altre regioni. Lo snodo è l’individuazione dei livelli essenziali delle prestazioni, cioè i fondi da garantire per finanziare uno standard di servizi uniforme, prevista fin dal primo federalismo, dieci anni fa, ma mai attuata. Su questi parametri dovrebbe poggiare anche un «fondo di perequazione» tutto da costruire per riequilibrare le distanze di spesa fra Nord e Sud. Il cammino, insomma, sembra lungo. Anche per il modello soft emiliano-romagnolo.

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