DIBATTITO SCADUTO

Autonomia, l’ennesima occasione perduta

Il dibattito, scaduto in rissa politica, aveva elementi utili per migliorare sanità e scuola

di Alessandro Penati


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3' di lettura

La discussione sulla legge Finanziaria sarà, come l’anno scorso, una rissa combattuta a colpi di slogan dalla facile presa: salario minimo; flat tax; autonomia; sicurezza; prima gli italiani. Ovvero, la finanza pubblica al servizio del consenso politico e non del cittadino. La discussione verterà su grandi aggregati (i miliardi della manovra, il rapporto deficit/Pil, le coperture, la “flessibilità” da negoziare con la Commissione) da usare come propaganda. Ma nessuno parlerà della qualità dei servizi pubblici e dell’efficienza con cui la pubblica amministrazione li eroga, che non sono meno importanti dei grandi aggregati per la salute della finanza pubblica. L’accettazione dell’imposizione fiscale da parte dei cittadini dipende infatti dalla qualità percepita dei servizi ricevuti; e una riduzione sostenibile del debito pubblico non può avvenire per decreto ma presuppone l’efficienza della pubblica amministrazione. Ma l’attenzione sulle macro-variabili fa dimenticare che quello della finanza pubblica è anche, e soprattutto, un problema di micro-gestione.

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Da questo punto di vista il dibattito in corso sull’autonomia regionale è l’ennesima occasione perduta. La negoziazione sull’autonomia conteneva alcuni validi elementi per cominciare a iniettare qualità ed efficienza in due servizi di primaria importanza per il cittadino come sanità e istruzione. Invece si è trasformata in rissa politica dove l’autonomia di Lombardia e Veneto viene rivendicata dalla Lega come premio elettorale per i propri elettori storici; a cui si risponde riesumando slogan da questione meridionale post-bellica (le gabbie salariali, la solidarietà col Sud e via discorrendo).

Prima di tutto l’autonomia di cui si parla ha niente a che fare col federalismo, che significa autonomia, più o meno ampia, di tassazione e spesa. Qui il sistema rimane centralizzato: lo Stato raccoglie le risorse che poi distribuisce in parte agli enti locali perché gestiscano servizi secondo criteri e metodi decisi al centro, e con contratti di lavoro uniformi. Quindi autonomia nella gestione di risorse e servizi determinati dallo Stato centrale. Una centralizzazione, va detto, che è anche il risultato di passate gestioni dissennate e fraudolente da parte degli enti locali.

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I germi di efficienza che l’autonomia potrebbe introdurre andrebbero nella direzione giusta. Per esempio, nella sanità, l’abolizione in tempi certi del criterio dei costi storici, che perpetua sprechi e assistenzialismo, a favore dei costi standard (da rivedere regolarmente), come strumento per diffondere gradualmente in tutto il Paese gli incentivi all’efficienza, migliorare la qualità dei servizi e liberare risorse da utilizzare meglio sul territorio. E poiché i costi standard devono essere temperati per le caratteristiche della popolazione (come anzianità) e del territorio (come densità della popolazione o caratteristiche geografiche), si crea di fatto una base di criteri oggettivi per effettuare la perequazione tra Regioni. Infine, permettendo l’autonomia nelle assunzioni e nella possibilità di pagare premi e integrazioni salariali, anche nell’istruzione, si incentivano sistemi di remunerazione basati sul merito e, incorporando le differenze nel costo della vita, si facilita la mobilità a livello nazionale, migliorando le opportunità per tutti. Se questa autonomia di assunzione e di spesa per salari riguarda solo risorse già destinate a una Regione, come in alcune proposte, non c’è alcuna redistribuzione tra le diverse aree del Paese.

Invece la rissa per l’autonomia, come per la flat tax o il salario minimo, è già cominciata senza neanche aspettare i tempi canonici della Finanziaria. Senza alcun riguardo per la tranquillità delle nostre vacanze.

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