le indagini di genova

Autostrade, cosa rischia la società dopo la revoca degli arresti a Castellucci

Negli atti depositati dai pm iniziano a vedersi le parti più delicate delle intercettazioni. Con possibili conseguenze sul subentro di Cdp ai Benetton

di Maurizio Caprino

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(ANSA)

Negli atti depositati dai pm iniziano a vedersi le parti più delicate delle intercettazioni. Con possibili conseguenze sul subentro di Cdp ai Benetton


5' di lettura

Revocati gli arresti domiciliari all’ex-ad di Autostrade per l’Italia (Aspi), Giovanni Castellucci, confermati all’ex-direttore Manutenzioni, Michele Donferri Mitelli, che ricorrerà in Cassazione. Si chiude così il primo round “pesante” al Tribunale del Riesame di Genova sugli arresti eccellenti dell’11 novembre nel filone barriere fonoassorbenti delle indagini sul caso Aspi. Ma s’intuiscono elementi di eventuale responsabilità della società, che possono interferire nelle trattative sul subentro di Cdp. C’è di mezzo anche il ruolo del Mit.

Questi elementi sono nelle 5.600 pagine depositate dalla Procura, le stesse che hanno indotto Carlo Longari e Adolfo Scalfati, legali di Castellucci, a precisare di aver chiesto al Riesame di valutare solo se l’arresto fosse «compatibile» con la posizione dell’indagato e non anche di «riesaminare il merito della vicenda»: la procedura non lascia tempo per «dedurre argomenti e produrre documentazione contrari».

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Le intercettazioni più delicate

La Procura inizia a scoprire le intercettazioni più delicate. Pare emergere anche il depistaggio di indagini e processo sulla strage del bus di Avellino (40 morti nel 2013), con la condanna in primo grado dei soli responsabili locali di Aspi. Per ora tutto ruota sugli sfoghi di Paolo Berti, arrestato anch’egli l’11 novembre e condannato ad Avellino a cinque anni e sei mesi, dopo essersi accollato molte responsabilità come direttore di tronco, in cambio di carriera e stipendi.

Negli atti trapelati sinora a Genova, questo accollo di responsabilità appare solo negli sfoghi di Berti con Donferri, subito dopo la condanna di Avellino (11 gennaio 2019). E Donferri non lo smentisce, anche se va tenuto conto che difficilmente potrebbe: in quel momento il suo ruolo appare soprattutto quello di tranquillizzare il collega arrabbiato con Castellucci per essere stato «scaricato» e «usato» nella vicenda di Avellino.

Ma i primi elementi di una possibile strategia aziendale per salvare i vertici risalgono addirittura a subito dopo la strage del 2013. Sono rimasti per anni negli atti della Procura di Roma, in un’inchiesta su infiltrazioni di un’azienda in odor di camorra in lavori autostradali che poi hanno portato a crolli. Rilette oggi, fanno un certo effetto le parole di un geometra di Aspi, Gianni Marchi, rimasto a gestire gare fino al 2018. Il Sole 24 Ore.com le aveva svelate in esclusiva il 13 marzo 2019, quando Aspi smentì solo la parte relativa a Castellucci (all’epoca già fuori azienda, ma ancora amministratore delegato della capogruppo Atlantia).

La responsabilità delle società

Ciò potrebbe spingere la Procura a ipotizzare l’induzione, da parte di Castellucci, a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria (articolo 377-bis del Codice penale). Un reato tra quelli che possono comportare la responsabilità amministrativa della società per i reati commessi dai dipendenti, prevista dal Dlgs 231/2001.

Aspi rischierebbe una sanzione pecuniaria difficile da quantificare ora, ma potenzialmente considerevole. Potrebbe anche essere commisurato al risparmio sui costi di manutenzione, potenzialmente configurabili come profitto dell’eventuale reato. E potrebbe scattare una confisca per equivalente. Dato il tipo di reato, però, non ci sarebbero interdittive, che normalmente sono molto penalizzanti per ogni società. Tanto più per un soggetto economico del calibro di Aspi: basti pensare al divieto di contrattare con pubbliche amministrazioni.

Va comunque detto che ad oggi non ci sono certezze sulla configurabilità di una responsabilità di Aspi: molto dipenderà dal modello organizzativo “231” della società, peraltro cambiato dopo i fatti di Avellino, a giugno 2016 e luglio 2020. E il Riesame parla di tornaconto personale di Castellucci: dagli atti «emerge un quadro di totale mancanza di scrupoli per la vita e l’integrità degli utenti delle autostrade. Gli indagati hanno compiuto azioni ed omissioni relative praticamente a tutti i tipi e gli oggetti di manutenzione ed adeguamento nell’ambito della gestione delle autostrade».

Il fronte Benetton

Potrebbe poi aprirsi un fronte per i Benetton, in qualità di principali azionisti. Le motivazioni del Riesame li evocano, scrivendo di «soddisfatti azionisti di maggioranza» che «compensavano adeguatamente» Castellucci: «Già nel 2010 riceveva compensi per oltre un milione e 250mila euro all'anno per Aspi e 750mila per Atlantia».

Ci sono però altri fatti che inducono a interrogarsi sul ruolo dei Benetton. Berti, da indagato prima e imputato poi ad Avellino, fu promosso da direttore di tronco a direttore centrale Operations, in pratica il numero 3 in azienda. In vista della sentenza di Avellino, fu spostato in un ruolo non marginale nell’ambito dello stesso gruppo: direttore Acquisti di Aeroporti di Roma (Adr, nel cui organo di vigilanza ai fini del Dlgs 231/2001 c’è peraltro l’ex generale dei Carabinieri, Franco Mottola, coinvolto nelle intercettazioni sul caso Castellucci).

Coimputato e condannato ad Avellino con Berti è stato il geometra Gianni Marrone, poi arrestato ai domiciliari a settembre 2019 nella prima tranche delle indagini genovesi (quelle sui report edulcorati sulle condizioni dei viadotti). Marrone passò da responsabile Esercizio del tronco a direttore di tronco (carica normalmente destinata a ingegneri o comunque laureati, pur se va detto che non mancano nella stessa Aspi eccezioni, anche di valore indiscusso).

Progressioni di carriera osservabili da chiunque. Ed evidenziate pubblicamente da Il Sole 24 Ore.com il 14 settembre 2019. Assieme ad altri fatti noti, come la portata della vicenda delle barriere di sicurezza che c’era dietro la strage di Avellino (portata alla luce dal Sole 24 Ore già ad agosto e novembre 2013) fanno sospettare l’esistenza di un metodo. I pm potrebbero trarne indizi contro gli azionisti.

Il fronte del ministero

Ma per supportare accuse indiziarie simili occorrono parti civili forti, in grado di ingaggiare consulenti di prim’ordine. Meglio ancora se le parti civili fossero istituzionali. In questo caso, dovrebbe costituirsi il ministero delle Infrastrutture (Mit). Che però ha tutt’altri precedenti.

Già ad Avellino il Mit omise persino di costituire una commissione d’inchiesta. L’azione del Governo dell’epoca, presieduto da Enrico Letta, di fronte a quello che all’epoca era il più grave incidente stradale della storia d’Italia si limitò alla proclamazione del lutto nazionale, per i funerali delle vittime (30 luglio 2013). Seguì un muro di gomma. E nell’autunno successivo, in occasione della Giornata del ricordo delle vittime della strada, nemmeno un accenno a quei morti. Vittime scomode?

Non si poteva minimizzare allo stesso modo di fronte ai 43 morti del Ponte Morandi: un crollo clamoroso, difficilmente imputabile a cause estranee ad Aspi come si cercò di fare per Avellino. A Genova il Mit non si è costituito nell’incidente probatorio e ha concesso il patrocinio legale dell’Avvocatura dello Stato a un suo dirigente indagato. Si vedrà come si comporterà il Mit ora che si sa che nelle inchieste genovesi s’indaga su Castellucci e altri anche per tentata truffa, per aver cercato di inserire voci di manutenzione ordinaria tra le spese che invece danno diritto a ottenere rincari dei pedaggi: aprirà accertamenti per capire come è stato dato l’ok a quei rincari ed eventualmente recuperare soldi?

Le inerzie del Mit non hanno riguardato solo le autostrade. Si può citare la strage ferroviaria di Viareggio: anche qui si è rivelato difficile arrivare a condanne per il vertice delle Ferrovie, tanto che il 1° dicembre in Cassazione è stato chiesto un appello-bis per l’ex-numero 1, Mauro Moretti.

Qualcuno sospetta che dietro questa e altre inerzie del passato e del presente ci siano anche legami personali. Quello che è certo è che, nel caso Aspi, queste inerzie rendono anche più difficile contestare inadempimenti del concessionario e quindi revocargli la concessione. Aldilà degli annunci roboanti della politica.

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