genova e le risposte politiche

Autostrade ed Europa: i leader gialloverdi hanno già individuato i «colpevoli»

di Manuela Perrone


Genova, Di Maio: «Dove vanno i soldi dei pedaggi?»

4' di lettura

Da un lato l’offensiva contro Autostrade, anche se la revoca della concessione sembra molto più complessa di quanto le dichiarazioni lascino intendere. Dall’altro lato l’attacco all’Europa “matrigna”, a quei «vincoli esterni» accusati di imbrigliare le risorse dei Comuni. All’indomani della tragedia di Genova, i vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini fanno quadrato e già indicano i “colpevoli”, quasi spartendosi i ruoli. E disegnando una risposta politica molto coerente con l’impostazione “neodirigista” e sovranista fin qui adottata dal governo gialloverde e molto distante dall’accorato appello del capo dello Stato, Sergio Mattarella, a un «esame serio e severo sulle cause di quanto è accaduto».

Caccia alle responsabilita' per crollo ponte a Genova

La strada in salita della revoca della concessione
È mattina presto quando Di Maio a Radio Radicale dà inizio alle danze, scandendo il ritornello che sarà ripetuto dal ministro dei Trasporti Danilo Toninelli e subito dopo da Salvini: «I responsabili hanno un nome e un cognome e sono Autostrade per l’Italia». L’annuncio che Toninelli ha avviato le procedure per il ritiro della concessione è appena mitigato dall’aggettivo «eventuale» aggiunto nel post su Facebook del ministro, a lasciar intendere che la revoca semplice non è. Lo sanno bene i tecnici del dicastero delle Infrastrutture che stanno studiando il dossier (è stata istituita una commissione ispettiva ad hoc) e in particolare gli articoli 9 e 9 bis della concessione tra Anas e Autostrade sottoscritta nel 2007, resa pubblica soltanto nel febbraio 2018 e soltanto in parte dal ministro Delrio. La procedura di decadenza della concessione è ancorata alla dimostrazione della «grave inadempienza» del concessionario rispetto a una diffida che sarebbe dovuta partire da Anas. Ma di diffide sulla manutenzione del ponte Morandi, al momento, non c’è traccia. Anche per questo ancora nessuna lettera ufficiale è decollata alla volta di Autostrade, verso cui la via più immediata sembra essere intanto quella della multa.

I «responsabili» additati dalla politica
Resta la mossa di chiedere subito le dimissioni dei vertici, ovvero la politica che individua i responsabili prima della magistratura. Ai Cinque Stelle è utile anche per scrollarsi di dosso l’imbarazzo di essersi opposti alla Gronda. Con Salvini che supporta gli alleati di governo e rinforza: «La revoca delle concessioni è il minimo che ci si possa aspettare». «La devono pagare» è il concetto che riecheggia tra i ministri pentastellati e leghisti, per una volta senza tensioni e divisioni. Consci che quello che si è autodefinito il “governo del cambiamento” deve fornire risposte urgenti, in netta discontinuità con il passato. Per questo Di Maio rincara la dose in un post su Facebook attaccando, insieme ad Autostrade, anche i governi passati e la rete di «partiti e giornali che da decenni gli fanno da palo», nonché elencando le quote che Edizione, la holding controllata dalla famiglia Benetton, deterrebbe nei gruppi editoriali italiani: «Il 5,1% di Rcs MediaGroup (Corriere della Sera), il 2,24% di Caltagirone Editore (il Messaggero, il Gazzettino, il Mattino, Leggo) e il 2,00% di Il Sole 24 Ore SpA». In realtà dopo la ricapitalizzazione, al quale non ha voluto partecipare, il gruppo Benetton non compare più tra i grandi soci del Sole. E dal 2017 ha gradualmente abbandonato anche le altre partecipazioni nel settore editoriale. Informazioni non aggiornate a parte, il Movimento torna, in sintesi, all’assalto contro la «cricca di imprenditori e politicanti» che è il refrain della propaganda pentastellata delle origini, quella anti-casta. Il numero uno del M5S avverte: «Non siamo come i nostri predecessori compiacenti con i potenti. È ora di presentare il conto a chi ha truffato gli italiani».

Le tentatazioni neodirigistiche
Dietro le parole dei leader gialloverdi, si intravede di nuovo una linea di politica economica che sul Sole 24 Ore Valerio Castronovo ha di recente assimilato al «ritorno a una sorta di dirigismo statalizzante». Quando Toninelli sostiene che «se non sono capaci di gestire le nostre Autostrade, lo farà lo Stato», richiama l’idea cara al Movimento 5 Stelle di un Paese che si riappropri delle leve dell’economia tornando a essere protagonista rispetto a privati giudicati inefficienti e voraci. Come quando si afferma che il 51% di Alitalia deve restare italiano. O quando si temporeggia sull’Ilva, lasciando adito ai sospetti che ci sia la volontà di nazionalizzarla. Tutto, magari, ricorrendo all’intervento di Cassa depositi e prestiti appena rinnovata nella governance. Beppe Grillo, nel pomeriggio, lo scrive con chiarezza («La concessione a operatori così dissennati della nostra viabilità va revocata e restituita allo Stato!») ritornando a usare il “noi” («Rivedremo quei progetti dissennati, fermeremo questa ininterrotta serie di obbrobri pericolosi») e rispolverando persino lo storico “vaffa” del M5S di lotta.

Il dito puntato contro l’Europa
La tragedia di Genova diventa inoltre un nuovo ariete per sfondare l’accesso allo sforamento dei vincoli Ue. È Salvini a intestarsi la battaglia contro «l’obbedienza contabile che non ci fa spendere i soldi», come ha affermato nell’intervista di oggi al Messaggero. È sempre lui ad anticipare a Radio24 la richiesta che «tutti gli investimenti in sicurezza, stradale, del lavoro e delle scuole siano svincolati dai limiti di spesa imposti dall’Europa dal patto di stabilità». Stavolta anche il ministro dell’Economia Giovanni Tria, rinnovando l’esigenza di un grande piano di investimenti pubblici, concorda sul fatto che «nessuno si dovrà
trincerare dietro l’alibi della mancanza di fondi o di vincoli di bilancio». Ma la partita è più complessa e chiama in causa l’intero sistema italiano, avvitato nella spirale bassi investimenti, bassa crescita e debito difficilmente comprimibile. E schiacciato da un’incapacità di spesa e di progettazione efficiente per la quale non si può certo addossare la responsabilità a Bruxelles. Che infatti, nel tardo pomeriggio, precisa come l’Italia sia uno dei Paesi principali beneficiari della flessibilità, che ha potuto per questo «investire e spendere di più negli ultimi anni». Per il periodo 2014-2020, chiarisce un portavoce della Commissione, «ha in programma di ricevere 2,5 miliardi di euro per investimenti in infrastrutture, come strade e ferrovie. Nell’aprile 2018 la Commissione Ue ha sbloccato un piano di investimento per le autostrade che attiverà circa 8,5 miliardi di investimenti, inclusi per la regione di Genova».

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