francia

Avanza il «quadripolarismo» mentre il Pil cresce troppo poco

di Marco Moussanet

(Marka)

3' di lettura

Com’era rassicurante la vecchia Francia del bipolarismo! Certo, un po’ ingessata. Incapace di realizzare le riforme strutturali che tutto il mondo le chiedeva e indispensabili al rilancio di un’economia la cui crescita continua a essere deludente (1,3% nel 2016 e probabilmente altrettanto quest’anno) e insufficiente a garantire una riassorbimento della disoccupazione (che, pur in lieve calo, continua a essere saldamente al di sopra del 10% della forza lavoro). Lenta, lentissima nel processo di contenimento della spesa pubblica e quindi di risanamento dei propri conti (dopo aver ottenuto ben tre proroghe, il deficit è ancora superiore al 3%, mentre il debito si avvicina pericolosamente al 100% del Pil). E però in grado di garantire la stabilità politica, il suo vero punto di forza, particolarmente apprezzato dai mercati.

Ora questo vantaggio competitivo è a rischio. Per la prima volta nella Quinta Repubblica (cioè dalla riforma costituzionale del 1958) il presidente in carica, François Hollande, ha deciso di non candidarsi alla propria successione. Troppo impopolare. Mentre le primarie della destra e della sinistra (dei due partiti appunto dell’era bipolare) hanno travolto le figure istituzionali ritenute più solide: l’ex presidente Nicolas Sarkozy e gli ex premier Alain Juppé e Manuel Valls.

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A destra, è vero, ha vinto un personaggio noto e sperimentato, l’ex capo del Governo François Fillon, il quale sta però facendo i conti con una brutta vicenda che riguarda il possibile lavoro fittizio (da assistente parlamentare prima del marito e poi del suo supplente) della moglie e getta un’ombra sulla sua campagna elettorale e sulle sue possibilità di successo finale. E il voto in casa socialista ha premiato, a sorpresa, l’esponente della sinistra Benoit Hamon, l’uomo che in questi due ultimi anni si è ferocemente opposto alle pur timide riforme del Governo Valls.

Anche lo scenario politico francese è quindi diventato incerto, illeggibile. E preoccupante. Secondo i sondaggi relativi alle intenzioni di voto al primo turno delle presidenziali (il 23 aprile), un quarto dei consensi va al Front National di Marine Le Pen, che promette l’uscita di Parigi dall’euro. Un altro quarto alla sinistra radicale (Hamon più Jean-Luc Mélenchon), che annuncia la sospensione del patto di stabilità e l’impennata del deficit. Un quarto è con l’indebolito Fillon. E il quarto restante con l’ex ministro dell’Economia ed ex banchiere d’affari Emmanuel Macron, la star del postpartitismo, che fino a oggi non ha mai governato. Un quadripolarismo in movimento che non consente di azzardare previsioni affidabili.

I mercati, che odiano l’incertezza, hanno ovviamente reagito. Integrando il rischio politico nella valutazione dei tassi francesi. Che infatti, sui titoli a 10 anni, sono saliti ieri fino a 1,115, per poi stabilizzarsi intorno a quota 1,06. Con uno spread sui Bund tedeschi che ovviamente non ha nulla a che fare con i 190 punti di fine 2011 ma è comunque arrivato a 61 punti (+10%), cioè ai livelli di tre anni fa. Quando ancora l’estate scorsa era di 20 punti. Un andamento preoccupante (Parigi deve rifinanziarsi quest’anno per circa 200 miliardi, anche se ha già provveduto per il 14%) che si è iniziato a registrare, non a caso, all’indomani della vittoria di Donald Trump. Quando lo spread è salito a 30 punti, per poi oscillare tra i 40 e i 55 punti. Un segnale della fragilità francese e di quello che potrebbe accadere qualora i mercati dovessero iniziare a ritenere possibile una vittoria della Le Pen e quindi la prospettiva di una “Frexit”.

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