2018 anno zero dei rendimenti

Avete lasciato i soldi sul conto corrente? È stata la scelta migliore

di Andrea Franceschi


Borsa: molte incognite sul 2019

2' di lettura

Tenere la liquidità parcheggiata sul conto corrente è una strategia perdente. Per anni gli esperti di risparmio gestito hanno ripetuto questa frase come un mantra. Un po’ per convincere la clientela ad affidargli i loro risparmi. Un po’ perché è innegabile che in questi anni chi ha costruito un portafoglio equilibrato e diversificato ha potuto beneficiare del rialzo generalizzato dei mercati. E il fatto che in questi anni, in un Paese come l’Italia dove la ricchezza privata è storicamente molto elevata, ci sia stato un boom dei fondi comuni dimostra in tutta evidenza che una buona fetta dei risparmiatori ha dato retta ai promotori.

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Eppure quest’anno gli irriducibili del conto corrente si sono presi una rivincita. Nel 2018 infatti tutte le principali classi di investimento hanno registrato performance negative mentre chi ha preferito la sicurezza della liquidità, tenendo ad esempio i soldi parcheggiati su un fondo monetario, ha potuto contare su un rendimento positivo. Basso, come è giusto che sia per un investimento a rischio zero ma pure sempre positivo e comunque migliore rispetto alla media di azioni e obbligazioni.

LA FRENATA
LA FRENATA
LA FRENATA

Si tratta di un fatto anomalo. Era infatti dal 1994 che la liquidità non garantiva rendimenti migliori di bond e azioni mentre bisogna riavvolgere il nastro fino al 1969 per trovare un’annata in cui bond e azioni hanno registrato rendimenti negativi a fronte di un saldo positivo dei fondi monetari. Non tutti questi fondi hanno registrato le stesse performance. Quelli denominati in euro ad esempio hanno continuato a dare rendimenti praticamente nulli (i tassi dei titoli di Stato a breve dell’Eurozona restano bassissimi se non negativi) mentre i numeri più interessanti sono arrivati sono arrivati dai fondi monetari denominati in dollari.

La chiave di tutto è la politica monetaria della Fed. Dal 2015 la banca centrale Usa è tornata ad alzare i tassi (mercoledì è arrivato l’ultimo ritocco) e da quest’anno sta iniziando a ridurre il suo bilancio cresciuto a dismisura negli anni del Qe. L’effetto della stretta è che i rendimenti dei titoli di Stato americani sono tornati a salire. Soprattutto quelli a breve e brevissima scadenza. Quello dei Treasury a sei mesi, che dal 2008 alla fine del 2015 è stato praticamente a zero, nell’ultimo anno è passato dall’1,38 al 2,38 per cento.

Questa risalita dei tassi a breve ha reso più appedibile, per gli investitori americani, tenere la liquidità parcheggiata in titoli a breve (o investire in fondi che questo fanno come i monetari in dollari). Ciò ha avuto riflessi su tutte le altre classi di investimento perché, a fronte di una remunerazione sui titoli più affidabili (i Treasury Usa) tornata a livelli interessanti, tutte le altre classi di investimento hanno registrato un rialzo del premio di rischio ex ante richiesto dal mercato. E questo ha avuto ripercussioni negative sui prezzi di tutte le altre classi di investimento a livello globale contribuendo alle performance negative della stragrande maggioranza dei fondi che investono in azioni e obbligazioni.

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