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Avicoltura: focolai di aviaria in Lombardia e Veneto

di Annamaria Capparelli


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(EPA)

2' di lettura

L’ultima notizia sui blocchi alle importazioni di prodotti avicoli italiani per il rischio aviaria arriva da Hong Kong. Anche se da Unaitalia (Associazione filiere agroalimentari carni e uova) precisano che nel caso di denuncia di focolai, così come è accaduto in questi giorni, lo stop dei paesi che hanno rapporti commerciali con il nostro è un atto dovuto. Lara Sanfrancesco direttore di Unaitalia aggiunge che comunque i flussi con Hong Kong sono limitatissimi «anzi quasi nulli». Resta il problema dell’aviaria, un virus mai debellato e che a correnti alterne colpisce le produzioni avicole di tutto il mondo. Lo scorso anno in Europa sotto attacco finirono Francia e Olanda, in questi giorni è la volta dell’Italia dove focolai sono segnalati in Lombardia, in particolare nella provincia di Brescia, e in Veneto.

Sanfrancesco sottolinea però che il sistema di allerta italiano è velocissimo e «in Europa – dice – abbiamo i tempi più bassi tra la denuncia e gli abbattimenti quindi il problema non riguarda le carni». Quando un allevatore sospetta casi di influenza avverte le Asl che effettuanoi controlli, nel caso di riscontro positivo procedono con la denuncia al ministero delle Salute che , a sua, volta, comunica i casi all’Organizzazione mondiale della sanità. Intanto però – afferma il direttore di Unaitalia – partono subito gli abbattimenti nel raggio di 3 km dall’area dove vengono segnalati i casi. Attualmente si rilevano infezioni solo per tacchini e qualche piccolo allevamento rurale con un numero di capi ridotto. Il virus arriva dagli uccelli selvatici provenienti da aree paludose e l’unico sistema per arginare il virus «è il rafforzamento della biosicurezza».
D’altra parte l’ultimo rapporto Usda (il dipartimento americano dell’Agricoltura) aveva previsto progressi per l’influenza aviaria in Usa, Brasile, India, ma anche nell’Unione europea.

Da Unaitalia un premio per l'avicoltore dell'anno

L’avicoltura italiana sta comunque portando avanti una politica basata sulla qualità e soprattutto sulla riduzione dell’uso dei farmaci grazie a maggiori controlli e un sistema avanzato di produzione. In particolare si è verificato un calo del 40% dell’impiego di antibiotici negli allevamenti e con un anno di anticipo è stato raggiunto l’obiettivo fissato per il 2018. Sul fronte della zootecnia made in Italy si tratta di un modello di integrazione ed efficienza, come spiega un recente report Ismea. L’avicoltura resta caratterizzata da un tasso di autoapprovvigionamento superiore al 100% che ha toccato nel 2016 il 110% con un incremento del 2,9% rispetto all’anno precedente. Il fatturato dell’avicoltura ha raggiunto 2,7 miliardi pari all’8% del giro d’affari agricolo, mentre quello industriale è di 5,45 miliardi. Bene anche, secondo gli ultimi dati Ismea, il saldo della bilancia commerciale che nel 2016 ha segnato un attivo di 197 milioni in crescita del 37 per cento. In merito poi alla specifica emergenza lo studio dell’Ismea, sulla base dei dati riportati dal ministero della Salute, rileva che i tempi di chiusura di una pratica sull’emergenza aviaria sono di 35 giorni «ritenuti i più efficienti in ambito europeo».

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