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Avventurose slittate per l’Antartide

Il racconto della traversata in solitaria di Colin O’ Brady. Più di 1.500 chilometri in 54 giorni di freddo intenso e e un biancore che abbaglia

di Maria Luisa Colledani

Dopo 12 ore di cammino, O’Brady si ferma per riposare: monta il campo, ancorando la tenda e spalando la neve per essere protetto dai venti

5' di lettura

Dal fuoco al ghiaccio, la vita è tutta un attimo, ed è insieme abisso e redenzione. Colin O’Brady, esploratore contemporaneo di terre eanime, a 22 anni aveva le gambe ustionate e piene di ferite. Era sul letto di uno scalcagnato punto di primo soccorso con vista sul mare della Thailandia e su un’esistenza da disabile. A 33 anni, ha raggiunto - primo uomo a riuscire nell’impresa - la Ross Ice Shelf, dopo aver attraversato in 54 giorni il Polo Sud in solitaria, senza rifornimenti né ausilio di vele o cani da slitta. Solo Colin, la sua slitta carica di 170 chili di viveri e materiale, un paio di sci e di bacchette e tutto il bianco davanti. Un vuoto da riempire di ragioni e ragione, per non farsi divorare da ossessioni e paure, e arrivare alla meta. Celebrata nel volume Una sfida impossibile. L’Antartide in solitaria, che è un libro di avventura, ricerca e cura dell’anima. Ed è per chi si mette in viaggio e per chi è caduto, anche tante volte. Colin allunga la mano e dice a ognuno: «Sei forte, credi in te, alzati e spingi il limite più in là». Anche fosse di un solo centimetro, sarà la tua vittoria.

Una sfida impossibile

Colin O’Brady viene da un angolino di controcultura del Nord-Ovest americano, nasce nel 1985 sul futon di una comune nella città di Olympia, mentre in sottofondo suonava Redemption Song di Bob Marley e nella stanza aleggiavano nuvole di marijuana. Ama lo sport, il triathlon è una fede, la vita da atleta più di una aspirazione dopo aver visto l’oro di Pablo Morales a Barcellona 92. Poi, quell’incidente in Thailandia ma nel 2016 realizza il record dell’Explorers Grand Slam (raggiungere Polo Nord, Polo Sud e sette cime dall’Everest all’Elbrus) e del Seven Summits. Vuole altro perché «sento il futuro chiamarmi, pieno di incognite. Vincere o perdere è la misura del risultato, ma, tra questi due estremi spesso sembra esserci una vita intera, pronta a dispiegarsi nei minuti che verranno. Tutto è possibile». Nel 2018 pianifica la traversata dell’Antartide in solitaria: ha 33 anni, è forte e in forma. Si allena a Portland tirando carichi pesanti lungo pendii erbosi nei parchi o resistendo per interminabili minuti con i pugni dentro secchielli pieni di ghiaccio.

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La sfida è per due avversari, Colin O’Brady e Louis Rudd: improvvisazione e ingegno avrebbero deciso la loro sorte e il risultato. La traversata si svolge nell’estate australe per poter completare la spedizione prima dell’arrivo del lungo buio australe. Il 3 novembre 2018 un aereo li lascia al Messner Start sul ciglio della Ronne Ice Shelf: «Ora sapevo con certezza quanto sarei stato infinitesimo e isolato in quella vasta distesa di ghiaccio giorno e notte: 24 ore di luce diurna sotto un sole che non sarebbe mai tramontato e che si sarebbe allungato sempre davanti a me, all’orizzonte».

Una slitta e l’orizzonte infinito davanti

Il freddo intenso, fra 25 e 80 gradi sottozero, punge il viso, l’incredibile luminosità lascia sbigottiti. Nella slitta c’è la lista della spesa: farina d’avena e proteine in polvere, ramen essicato e pasti liofilizzati, ma, soprattutto, barrette proteiche delle dimensioni di un portamonete impilate come un mazzo di carte. Sotto gli sci una pelliccia sintetica garantisce un’aderenza tale da impedire di scivolare all’indietro, come le pelli di foca dei primi esploratori: «ero tremendamente solo, una sensazione che mi colpì come uno schiaffo in faccia mentre vedevo l’aereo allontanarsi». Dopo poco una delle quattro fibbie del bagaglio si rompe ed è il simbolo della sua nuova realtà, in cui avrebbe dovuto essere autosufficiente, pena il fallimento.

La routine: 12 ore di cammino

Le giornate sono routine dura e pura: 12 ore di cammino, l’acqua nei termos per dissetarsi e le barrette per sostenersi. Consumo medio di 10mila calorie e fare attenzione a non sudare. Se sudi, muori di ipotermia. Poi, fermarsi, scavare una piazzola per la tenda, montare la casa per dormire, per fare i bisogni fisiologici, per stendere gli abiti ad asciugare, per mangiare. E poi chiamare casa: lo aspettano gli sguardi della mamma e di Jenna, la moglie di cui si era innamorato alle Fiji quasi solo per quella sottile linea marrone scuro che attraversa l’iride del suo occhio sinistro.

Le sensazioni sono violente: «ciò che mi sconvolse fu l’intensità con cui quel biancore mi aggredì, mi trascinò dentro di sé e chiuse fuori il mondo, lasciandomi in una piccola bolla costruita da me e dalla mia slitta. La luce appiattiva ogni cosa, cancellava qualunque orizzonte o confine ed eliminava tutti i chiaroscuri e le sottili differenze sul ghiaccio. Scoprii che nel vuoto della deprivazione sensoriale ero in grado di ricordare con chiarezza i dettagli della mia vita a cui, nella sfocatura e nelle distrazioni del mondo normale, non avevo mai avuto accesso». La legge è sempre la stessa ovunque: perdersi per ritrovarsi. Anche nelle crisi: il modo migliore per affrontare una crisi è non andare in crisi anche quando sente odore di gas provenire dalla slitta o cade fra i sastrugi e rischia che la slitta gli ferisca le gambe. O quando i geloni lo aggrediscono e la tenda è piena di demoni e ombre.

Contare e perdere il tempo

Il tempo inizia a confondersi, a diventare ossessione e l’allerta meteo lo spaventa, deve sistemare gli sci nella tormenta. Ma al 35° giorno una telefonata lo accende: è Paul Simon della sua adorata Graceland: «Tutta l’arte ruota attorno alla ricerca di qualcosa che non sei sicuro se troverai mai, ma che continui a cercare di aggiungere». Poi arriva alla Base Amundsen-Scott al Polo Sud, fatta di ricercatori e turisti ricchi con le chiappe al caldo. Incontra due scienziati: i 3 metri di distanza che li dividono sono in realtà 2 giorni perché Colin viaggia con il fuso del Cile dove si trova l’ALE, l’Antarctic Logistics and Expeditions che lo segue, e gli scienziati con quello della Nuova Zelanda a 16 ore di distanza.

La paura di finire i viveri

In 40 giorni ha percorso 900 chilometri, teme di non avere viveri a sufficienza, raziona le provviste e in quel vuoto percepisce solo gli elementi fondamentali, luccicanti e perfetti: nessuno è solo, neppure nel vuoto dell’Antartide. Ancora chilometri, gli ultimi 124 in 32 ore filate avendo alle spalle più di 1.500 chilometri. All’arrivo precede di due giorni Rudd ed è tempo di vedere cosa c’è lì, dentro di sé: «l’Antartide mi ha insegnato che la vita consiste non nel trascorrere la maggior parte del nostro tempo nella zona di comodo compiacimento, protetti dalla paura, dalla perdita e dal dolore, ma, piuttosto, nell’avere coraggio di abbracciare l’intero spettro e i momenti mediocri nel mezzo». Questa sola è la chiave per capire chi siamo, per alzare la nostra asticella e scoprire che, alla fine del percorso, la slitta, vuota di viveri, è piena più che mai di vita.

Una sfida impossibile. L’Antartide in solitaria, Colin O’Brady, Neri Pozza, pagg. 302, € 20

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