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Avvocati, commercialisti e consulenti del lavoro: ecco chi investe di più nel digitale

La ricerca del Politecnico di Milano: risorse impiegate soprattutto in risposta a esigenze di base. Poco usate invece le tecnologie di frontiera come la blockchain

di Margherita Ceci

Il digitale migliora la vita ma gli hacker fanno paura

3' di lettura

Gli studi professionali aprono le finestre. O quantomeno le socchiudono. Si allenta il nodo alla cravatta, si risvoltano le maniche di camicia, e un viso fa capolino dal pertugio per guardare il mondo là fuori.

Non è l’inizio di un racconto, ma è quanto ci dicono i dati dell’Osservatorio professionisti e innovazione digitale del Politecnico di Milano, che anche quest’anno ha esaminato gli investimenti fatti dagli studi nelle Ict (risultati presentati in un convegno il 5 luglio). Investimenti che nel 2021 hanno raggiunto i 1.758 milioni di euro. In particolare, la spesa media degli studi multidisciplinari è stata di 25.050 euro, quella dei commercialisti di 11.450, 10.350 per i consulenti del lavoro e 8.950 per gli avvocati.

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I DATI 2021 DEL POLITECNICO DI MILANO
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A dire il vero, sono numeri che non sorprendono: simili erano quelli del 2020, quando il trend già appariva chiaro. Ma riguardo al tipo di tecnologie cui sono destinati gli investimenti, le cose sembrano più interessanti. Il podio delle Ict già presenti e in uso negli studi non dice niente di nuovo: fattura elettronica (85%), sistemi per le videochiamate (75%), piattaforme di eLearning (48%); la prima spinta dall’obbligo normativo, le seconde risposte conseguenti alla pandemia.

Gli investimenti

A sorprendere invece sono le intenzioni di investimento da qui al 2023: sito internet dello studio (10%), conservazione digitale a norma (8%), pagina social (7%), software per il controllo di gestione e gestione elettronica documentale (entrambe al 5%). Se la conservazione digitale a norma, i software per il controllo di gestione e la gestione elettronica documentale, sono figli di un mondo che ha cambiato il modo di lavorare - dallo smartworking non si torna più indietro e gli obblighi sul digitale si moltiplicano - gli investimenti sul sito web e sulla pagina social appaiono segnali di un ecosistema professionale rimasto fino ad oggi ingessato e chiuso in se stesso - il sito web è un fattore imprescindibile da almeno dieci anni per chi ha un’attività - e che solo ora decide di aprirsi al “nuovo”.

A confermare il dato, i numeri degli investimenti, passati e previsti, nelle tecnologie di frontiera: blockchain, smart contract e business intelligence sono attualmente usate solo nel 2% degli studi, e le intenzioni di introduzione futura sono altrettanto basse, tra il 2 e il 3 per cento. Se la passano meglio, ma solo perché già maggiormente in uso, la procedura paghe e la rilevazione presenze (diffuse nel 24% degli studi, ma introdotte entro il 2023 nell’1% dei casi) e i software di automated document assembly (11% in uso, 1% acquisizione futura).

Insomma, si investe e ci si apre al nuovo, ma un nuovo che sembra essere già vecchio. D'altronde, «non si può costruire una casa partendo dal tetto», dicono Claudio Rorato, direttore dell’Osservatorio, e Federico Iannella, ricercatore senior. «Come può uno studio iniziare a parlare di intelligenza artificiale, per esempio, se non ha la cultura del dato, su cui l’Ia si fonda?».

I piccoli studi

Il vero problema della scarsa conoscenza delle possibilità tech risiede, ancora una volta, nel numero dei micro-studi: continuano a rappresentare la più grande fetta del settore in Italia e si dimostrano più restii alle novità. «Oltre al deficit culturale, si tratta di studi fagocitati dal lavoro quotidiano - spiegano i ricercatori - dove alzare la testa significa rimanere indietro. Spesso manca il tempo materiale per informarsi sui nuovi modelli organizzativi e di business». In effetti, non è un caso che nei micro-studi l’11% non abbia impiegato alcuna risorsa nelle Ict, mentre per gli studi di piccole, medie e grandi dimensioni invece questa percentuale si fermi al 3 per cento. Complice anche la pandemia, che ritardando i pagamenti delle aziende, ha messo in difficoltà soprattutto le strutture più ridotte.

Gli investimenti da parte dei professionisti dunque ci sono, ma come risposta a esigenze contingenti e non come piani a lungo termine. Una soluzione, potrebbe essere la corretta formazione da parte delle strutture associative: «Gli ordini territoriali, i consigli nazionali e le fondazioni studi dovrebbero sensibilizzare al tema, con proposte formative e di aggiornamento professionale che vadano oltre il mero aggiornamento giuridico per abbracciare nuove visioni organizzative».

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