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Avvocati d’affari più innovativi che sappiano capire i mercati

di Carlo Festa

3' di lettura

Gli studi legali affrontano nel 2022 un mercato delle fusioni e acquisizioni più competitivo, scosso dalla guerra in Ucraina, dopo oltre due anni di pandemia. Così l’attività di M&A, tra le più redditizie per i grandi studi, deve seguire i nuovi trend del mercato.

Nel 2022, per ora, la quantità di deal in circolazione resta su numeri positivi, anche se in calo rispetto al 2021. «Il 2021 è stato di intensa attività per l’M&A, tornato a correre a livelli record. Nonostante il persistere della pandemia, le transazioni sono state spinte da una serie di fattori, tra cui la liquidità, le spinte della trasformazione tecnologica ed infrastrutturale ed una ritrovata fiducia nel sistema italiano e nell’azione di rilancio del Governo Draghi» spiega Paolo Sersale, partner e head of corporate M&A per l’Italia di Clifford Chance.

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Le prospettive

Come andrà avanti quest’anno? «Ormai si registrano segnali di rallentamento. La guerra è uno dei fattori, ma non quello decisivo. Preoccupano l’inflazione e, soprattutto, nel breve, la difficoltà per le aziende di elaborare budget credibili, per quest’anno e il prossimo, in uno scenario in cui è sempre più difficile capire quanto costeranno materie prime e servizi essenziali come il trasporto. Questo impatta sull’M&A, e in particolare sul private equity tradizionale che vive con uno scenario di exit a 5 anni» spiega Mario Roli, partner di BonelliErede.

«C’è stato un rallentamento soprattutto nei mid-size deal» rileva Gianluca Ghersini, partner dello studio Gianni & Origoni e responsabile dell’area private equity. Alcuni settori saranno quindi vincenti. «Se guardiamo le aree influenzate dal Covid e dalle altre vicende geopolitiche, si è visto che c’è stato un netto rallentamento di settori come retail e consumer. L’interesse si è focalizzato sul settore finanziario, sull’healthcare, sui componenti per il food, infrastrutture e industrial» osserva l’avvocato Giorgio Fantacchiotti, equity partner di Linklaters. «È il clima ideale per chi vuole investire in infrastrutture o settori regolati. Buono anche il mercato nel real estate» precisa Roli.

L’M&A è stato una fonte di grande lavoro. «Arriviamo dal periodo più intenso degli ultimi 10-15 anni. La pandemia ha incrementato le operazioni a dismisura, e il mercato è esploso in diversi settori, in particolare farmaceutico e food, nelle integrazioni in settori strategici (Tlc, energia), e nelle infrastrutture» indica Stefano Sciolla, managing partner di Latham & Watkins Milan.

L’evoluzione necessaria

In questa situazione, si sta evolvendo la figura dell’avvocato d’affari: «La semplice capacità tecnica è sempre più un pre-requisito, senza il quale, beninteso, non vi può essere alcun accesso al mercato: ciò che conta è però la capacità di essere innovativi e efficaci, leggere il mercato, abbandonando quell’aspetto novecentesco della professione che già da tempo mostra i suoi limiti gravi» dice Michele Briamonte, managing partner dello studio Grande Stevens International. «Rispetto ai miei inizi, quasi 30 anni fa, la sola competenza tecnico-giuridica non è più sufficiente. I clienti, specialmente nell’M&A, private equity e leveraged finance, esigono professionisti capaci di comprendere in tempi rapidissimi il business sottostante» continua Sciolla.

Sono cambiate anche le strutture legali. Sersale fa notare che «il settore dell’M&A è un mercato ristretto caratterizzato da forte competizione tra studi legali e questo, come è giusto, porta a selezione ed efficienza anche sui costi» mentre per Briamonte «la chiave sta nell’accompagnare i capitali internazionali nella non sempre semplice rete del sistema Italia».

È poi aumentata la capacità dei dipartimenti di M&A di dialogare con le altre practice: «Per assicurare - osserva Ghersini - il più possibile un’assistenza integrata. È considerato sempre più essenziale il coinvolgimento diretto dei partner nelle fasi più complesse della negoziazione, nella strutturazione dell’operazione, insieme al coinvolgimento di associate di elevata preparazione professionale».

In definitiva, è aumentata la competizione. «In questi anni la competizione è cresciuta, prima a Londra, e poi in Italia con l’ingresso sul mercato degli studi americani, a seguito dei loro clienti statunitensi. Altro effetto c’è stato sulle boutique legali che hanno accresciuto le loro strutture. L’Italia, in ultima istanza, ha poi avuto una maggiore competizione sui prezzi, che al contrario si è vista di meno in altre piazze finanziarie» conclude Fantacchiotti.

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