Gialleggiando

Avvocato e inquisitore di ’ndrangheta

di Giuseppe Chiellino


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, di Mimmo Gangemi

2' di lettura

Torna in libreria dopo una lunga assenza Mimmo Gangemi, ingegnere di professione e scrittore per diletto. Sua la Signora di Ellis Island e suo Il giudice meschino, diventato serie tv. Torna, Gangemi, per raccontare, più che una storia, un popolo, quello calabrese, il suo. Mondi diversi tra loro, esistenze che convivono e si sfiorano, spesso ignorandosi, che a volte si incontrano e si intrecciano in modo ineluttabile. Ma non sempre è il fato a decidere.

«Marzo per gli agnelli» (in libreria dal 12 febbraio per Piemme) è un giallo di ’ndrangheta che si dipana sulla Costa Viola, ad un passo dallo Stretto e dalle Isole Eolie. Al centro, un terreno incolto perché bruciato dal sole, la “pietraia”, ma a picco sul mare e su cui qualcuno ha messo gli occhi e vuole farci un affare, speculare, con metodi non esattamente in linea con il libero mercato.

L’offerta economica si accompagna a segnali e messaggi che Giorgio Marro, brillante avvocato penalista in disarmo, distrutto dal dramma che ha colpito la sua famiglia, non ha bisogno di decodificare. I «lunghi anni a difendere la ’ndrangheta» lo hanno portato «senza volerlo ad assorbirne la mentalità». Per aggrapparsi alla vita e sfuggire all’angoscia quotidiana che lo attanaglia da quando ha perso un figlio in un incidente e si ritrova con l’altro in coma irreversibile, spinto dal caso si mette incautamente a indagare per conto proprio, convinto di non avere più nulla da perdere sospeso com’è tra vita e morte. E indaga «con il puntiglio di chi, non avendo ormai nulla da chiedere alla vita» è diventato invincibile: «La paura ce l’ha chi ha da perderci. Io quello che avevo da perdere l’ho già perso» confessa al magistrato che non si capacita del comportamento che lo ha portato a restare incastrato in una faida tra due ’ndrine prima alleate per comune interesse, poi feroci rivali quando, invece dei guadagni, avranno da spartirsi solo le perdite.

Marro, da avvocato, è prevenuto nei confronti dei magistrati: «Troppo spesso si ponevano male con i testimoni e con gli inquisiti, colpevoli o innocenti che fossero. Senza curarsi dei danni che causavano nella vita di chi ci incappava. Ne risentiva la Giustizia. Tranne rari casi. Non gli piaceva che si comportassero da classe eletta, né l’indifferenza, cinismo a volte...». Il protagonista si ricrederà, ma in questo c’è tutto l’impegno civile di Gangemi, apertamente critico con chi non resiste alla tentazione di trasformare le aule di Tribunale in palcoscenico.

Con una lingua densa e ricercata, ricca di ironiche e pungenti metafore che squarciano e illuminano il racconto con l’efficacia di un fulmine, Gangemi “umanizza” in qualche modo i capibastone, togliendo loro la patina di mito con cui a volte si tende a ricoprirli, forse nel tentativo di dare più lustro a chi li combatte. Sono «selvaggi», «cafoni», «teste di montone», «zotici», «avidi ignoranti». A volte abbastanza saggi da allontanare da sé stessi i propri figli per non costringerli a replicare le proprie vite perdute.

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