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Azienda Italia, ora la sfida da vincere è la crescita fino al 6%

Le prime anticipazioni sull'andamento delle fatture elettroniche autorizzano ancora più ottimismo perché la spinta alla ripresa risulta perfino in aumento

di Fabio Tamburini

(ANSA)

3' di lettura

Il primo segnale che la ripresa economica in Italia aveva cominciato a marciare è stato nell’aprile scorso, quando i produttori di macchine utensili hanno reso noto la raccolta degli ordini nel primo trimestre dell’anno. La crescita, rispetto allo stesso periodo del 2020, ha superato il 48%. Certo si tratta di un dato che scontava l’effetto declinante della pandemia ma, da quel momento, l’inversione di tendenza è stata netta. Prima con qualche timidezza, poi con evidenza sempre maggiore. E il Sole 24 Ore è stato in prima fila nel cogliere la svolta, nel raccontarla, nel dare ogni giorno testimonianza che il vento stava cambiando. Fino a quando è apparso evidente che la crescita era forte, con la vecchia Europa in scia della Cina e degli Stati Uniti. Così si è arrivati a stime di crescita del prodotto interno lordo calcolate dal Fondo monetario internazionale al 4,9% o perfino al 5,1% (secondo Banca d’Italia).

Ma non è finita. È troppo presto per avere numeri ufficiali, tuttavia le prime anticipazioni sull'andamento delle fatture elettroniche autorizzano ancora più ottimismo perché la spinta alla ripresa risulta perfino in aumento. Tanto che ieri il vulcanico Renato Brunetta, ministro della Pubblica amministrazione, ha gettato il cuore oltre l’ostacolo: «L’Italia sta vivendo una vera fase di boom economico», ha detto. E, sbilanciandosi nelle previsioni, ha aggiunto che nel 2021 «è possibile un assestamento della crescita verso il 6%».

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Una previsione condivisa, sia pure evitando dichiarazioni pubbliche, da almeno un altro dei ministri di maggior peso del governo, abituato per carattere a ridurre al minimo interventi pubblici. La sfida di una crescita italiana del 6% nell’anno in corso va raccolta, perché è un obiettivo possibile da raggiungere. Sia per la vitalità che sta confermando gran parte dell’industria manifatturiera, sia per la riscossa del mondo dei servizi.

Questo non significa che l’emergenza sanitaria e la crisi economica siano ormai un ricordo. C’è però la possibilità concreta di dare continuità all'accelerazione in corso. Ieri le prime stime Eurostat per il secondo trimestre dell’anno hanno dato Italia e Spagna alla guida del rilancio dell’Eurozona. Non solo. In particolare, per quanto riguarda la situazione italiana, la disoccupazione è scesa sotto la soglia del 10%, con un aumento in cinque mesi di 400 mila occupati. In più c'è un altro indicatore interessante: perfino le aziende in forte ritardo con i pagamenti hanno ripreso a saldare i conti (come documenta il servizio pubblicato in questa pagina).

Ci sono però una grande incognita e un grande rischio. L’incognita è rappresentata dall’andamento della pandemia, davvero poco rassicurante, con uno scenario che per quanto riguarda la diffusione del virus risulta peggiore a quello dell’estate scorsa. La morsa dei contagi non allenta la presa. Fortunatamente le vaccinazioni stanno dimostrando la loro efficacia, evitando l’ondata dei ricoveri negli ospedali e, per il momento, permettono di contenere l’impatto della malattia. Speriamo che la diga dei vaccini riesca a reggere e che il buon senso permetta di avanzare ancora nelle vaccinazioni, soprattutto in previsione della riapertura delle scuole in settembre.

Il grande rischio è che l’appoggio dei partiti al governo Draghi venga messo in crisi dall’inizio del semestre bianco, perché tra pochi giorni il presidente della Repubblica, in scadenza dell’incarico, non potrà più sciogliere le Camere. È un passaggio delicato ed è necessario che ciò non si trasformi nel liberi tutti, aumentando la conflittualità in Parlamento fino a mettere in difficoltà il governo Draghi. Sarebbe un peccato mortale, sarebbe soffocare nella culla la nascente ripresa economica. Chiunque ne abbia la tentazione deve ricordarsi che il debito pubblico è di poco al di sotto del 160% del prodotto interno lordo. Un livello che, senza Draghi presidente del Consiglio, è insostenibile.

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