Azioni

Aziende strategiche sotto tiro. Torna in pista il nuovo golden power

di Carmine Fotina

(Bloomberg)

3' di lettura

L’acquisizione della Magneti Marelli da parte dei giapponesi di Calsonic Kansei è stata vissuta più che altro come l’ennesimo segnale. Secondo l’esecutivo gialloverde l’hi-tech italiano è nel mirino di gruppi extraeuropei e pesa sempre di più l’assenza di uno “scudo” nazionale che definisca con esattezza quali sono e quando si possono usare i poteri speciali del governo: per questo dopo qualche mese di disattenzione ora si corre affannosamente ai ripari per attuare, con modifiche, il regolamento lasciato in consegna dal governo Renzi.

Non più tardi di un mese fa il vicepremier leghista Matteo Salvini fece intendere che la questione è bene all’attenzione, legando l’impennata dello spread e il corso delle quotazioni sui mercati a una speculazione finanziaria volta ad acquisire aziende italiane a prezzi stracciati. Una settimana fa l’altro vicepremeir, il ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio (M5S), rispondendo in Aula a un’interrogazione su Magneti Marelli, ha ricordato come il nuovo ”golden power” - che estende a diversi settori i poteri speciali già previsti nell’ordinamento dal 2012 - non sia operativo in quanto mancano i regolamenti attuativi. «Stiamo facendo l’ennesima corsa contro il tempo per adottarli e quindi permetterne e valutarne l’utilizzo su dossier come questi» ha concluso.

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Meglio fare un passo indietro. Nel Dl fiscale di un anno fa, su input dell’allora ministro dello Sviluppo Carlo Calenda, fu inserita una norma che integra il decreto del 2012 che disciplina il golden power per i settori dell’energia, dei trasporti, delle comunicazioni e della difesa. La novità è che, nel caso di acquirenti extra Ue, e in caso di un pericolo per la sicurezza e l’ordine pubblico, si possono sottoporre ai poteri speciali anche altri settori ad alta intensità tecnologica, «4.0» e non solo.

Lo schema di testo ereditato dall’attuale governo è molto dettagliato e include 13 grandi comparti e decine si sottoambiti, tra i quali gestione di dati, piattaforme per i servizi finanziari o assicurativi, sviluppo di tecnologie critiche applicate all’automazione industriale, robotica, realtà virtuale, nanotecnologie, manifattura avanzata, intelligenza artificiale, microelettronica, sensoristica, tecnologie spaziali, industria nucleare, tecnologie che a vario titolo consentono l’accesso a informazioni sensibili. Uno spettro talmente ampio che probabilmente avrebbe coperto (ovviamente se ci fossero stati rischi tangibili e una conseguente volontà politica) operazioni come quelle di Esaote, acquisita da un consorzio di investitori cinesi, oppure Magneti Marelli.

L’iter però si è rivelato più complesso del previsto. Mancano ancora alcuni dei pareri previsti dalla norma primaria, che rimanda a una concertazione che richiede un equilibrio da acrobati: proposta dei ministri dello Sviluppo, dell’Economia e delle Infrastrutture, di concerto con l’Interno, la Difesa, gli Affari esteri e i singoli ministri responsabili per settore, previo parere delle commissioni parlamentari competenti. Nel frattempo, in attesa degli ultimi contributi, lo “scudo” è inapplicabile.

Oltretutto c’è un’ampia riflessione in corso nel governo sulle modifiche da apportare, nella convinzione di procedere con una disciplina nazionale ma molto meno in un quadro comune europeo.

Proprio mentre studiava correttivi al golden power nazionale infatti, come anticipato dal Sole 24 Ore del 19 ottobre, l’esecutivo M5S-Lega ha elaborato una posizione molto critica nei confronti del regolamento proposto dalla Commissione europea a guida Juncker per la protezione dagli investimenti “predatori” portati da paesi extra Ue. L’Italia ha chiesto modifiche di sostanza da apportare in sede di Trilogo o addirittura l’accantonamento del testo, per far partire daccapo la discussione con la prossima legislatura europea che, dopo il voto di maggio, potrebbe avere una connotazione sovranista molto più marcata.

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