Il made in Italy d’avanguardia

B Corp, ecco perché le pmi italiane della moda sono un modello di sostenibilità per il mondo

Legame con il territorio e la comunità, attenzione alle materie prime, qualità in primo piano: gli esperti della certificazione più desiderata spiegano come le imprese del sistema moda italiano siano l’avanguardia della sostenibilità

di Chiara Beghelli

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3' di lettura

Anche le parole hanno un’età: se “sostenibilità” è stata invecchiata dal suo uso e abuso, su “circolarità” si intravedono già le luci del tramonto. Un altro termine, infatti, sta alimentando l’avanguardia dell’impegno delle aziende verso il pianeta, le sue risorse e i suoi abitanti: “rigenerazione”, dunque la capacità di generare più valore economico, sociale e ambientale di quello che si usa per produrre, è il concetto chiave che alimenta la ong B Lab, nata nel 2006 negli Stati Uniti e che ha messo a punto la certificazione B Corp, una delle più ambite e insieme più difficili da ottenere (per il suo funzionamento si veda in fondo all’articolo), anche per l’industria della moda, ancora una delle più inquinanti del pianeta.

La moda in cerca di una nuova e più responsabile identità

«La moda sta vivendo una crisi esistenziale - dice Eric Ezechieli, co fondatore (insieme a Paolo Di Cesare) di Nativa, azienda country partner di B Lab per l’Italia e prima azienda europea a ricevere la certificazione B Corp nel 2013 -. Sa che il modello di consumo continuo proposto per decenni, ed esasperato dal fast fashion, è ormai insostenibile. La pandemia ha certamente accelerato questa consapevolezza, come dimostra l’aumento esponenziale di attenzione per la certificazione B Corp negli ultimi due anni». Nei mesi scorsi Chloé, che fa capo a Richemont, è diventata la prima maison certificata B Corp, come Vestiaire Collective è diventata la prima app B Corp di second hand.

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Le potenzialità dell’industria della moda italiana

In Italia esistono oggi 140 B Corp e rappresentano la moda sia marchi come Save The Duck e Rifò, sia aziende di filiera come Lampa, che produce accessori, e Icma, con la sua carta di alta gamma per il packaging. Con le 570mila aziende del tessile-moda-accessorio, l’influenza dell’industria italiana su questa transizione rigenerativa è cruciale. E non solo grazie alla sua massa critica, ma anche e soprattutto per il livello di sostenibilità, già avanzato, del modello produttivo del made in Italy: «Nel sistema produttivo italiano il concetto di rigenerazione, sostenibilità e qualità si legano molto efficacemente - nota Ezechieli-. L’artigianalità, il legame con il territorio e con le filiere, l’attenzione alla qualità dei materiali sono valori che possono essere un modello per il mondo. La rigenerazione può essere un nuovo attributo del made in Italy, oltre a quelli classici».

Il percorso verso la B Corp può essere lungo e complesso

Nativa accompagna le aziende nella transizione da modello estrattivo e rigenerativo, e sta lavorando con importanti aziende della moda italiana che ambiscono alla certificazione B Corp. Ma proprio per i big il percorso di trasformazione può essere ancora più complesso: «Non è facile, può richiedere anni, soprattutto se il peso del passato è molto forte - spiega Paolo Di Cesare -. E ci sono ancora delle criticità: nella comunicazione, per esempio, vediamo ancora impiegare molte risorse magari per lanciare solo una capsule collection.

L’importanza dei legacy leader nelle aziende

E il lungo percorso di transizione spesso incontra resistenza da parte di alcuni manager. Le cose cambiano con i legacy leader, persone che puntano anche alla ricchezza dell’eredità della propria azienda, al contributo che potrà dare fra molti anni. Sono sempre più numerosi , anche grazie al particolare tessuto imprenditoriale italiano, basato su pmi che hanno un forte legame con il territorio e con la comunità. E anche su questo aspetto l’Italia ha un vantaggio e può essere un modello globale».

Una scelta fra strategia e necessità

Parte in vantaggio anche un’azienda che si formi dal principio come B Corp, come è accaduto per Acbc, azienda milanese di calzature sostenibili nata nel 2018 e prima certificata B Corp del settore, che sta crescendo anche grazie a collaborazioni con Philippe Model, Save The Duck e Missoni. «Gli investimenti in sostenibilità sono una garanzia per il futuro - dice Ezechieli -, anche perché aiutano a gestire al meglio le risorse e i loro costi, rendono le aziende più solide e come tali attraenti anche per gli investitori. La selezione sarà sempre più drastica per chi resterà indietro».

SCHEDA: COME SI DIVENTA B CORP
B Lab (dove B sta per “Benefit for all”, benefici per tutti) è una ong fondata negli Stati Uniti nel 2006. Ha messo a punto uno specifico strumento, il Benefit Impact Assessment (Bia), con cui le aziende possono misurare il proprio livello di sostenibilità, rispondendo a domande riguardanti cinque settori (ambiente, clienti, comunità, governance, dipendenti). Il punteggio massimo raggiungibile è 200 e per poter essere certificate B Corp bisogna totalizzare almeno 80. La certificazione viene rivista ogni tre anni. Nel mondo oggi le B Corp sono 4.544, in 77 Paesi e 153 settori. Solo il 3% di chi ha usato il Bia ha avuto la certificazione. A ogni B Corp in Italia è richiesto di diventare anche Società Benefit, dunque di inserire nello statuto societario l’obbligo di avere un impatto positivo sulla società e l’ambiente.

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