parigi giorno 6

Balenciaga e il power dressing, le donne Valentino eleganti e poetiche

di Angelo Flaccavento


default onloading pic

3' di lettura

Archetipi, stereotipi: l'ossessione contemporanea per la semplificazione che rende tutto comprensibile produce in alcuni casi risultati immaginifici. Ci vogliono controllo e possanza stilistici perchè ció avvenga, e Demna Gvasalia ne possiede in abbondanza. Lo show di Balenciaga, ennesima esplorazione di cliché profondamente sedimentati, è una ricapitolazione potente dell'idea di power dressing: inteso, certo, come luogo comune delle spalle possenti montate su miniabiti inguinali e giacche da donna in carriera, ma anche, elevando, come uniforme che potenzia la persona perchè isola dalla contingenza e incasella in un ruolo. In questo senso Gvasalia lavora come un regista e insieme come un sociologo: coglie segni caratteriali e tratti vestimentari che appartengono al mondo reale, li estremizza con quel piglio brutale che è la sua sigla distintiva e poi li rimonta in passerella su veri e propri personaggi. Il risultato é una parata inquietante di tipi, maschili come femminili, alcuni con un disturbante make-up prostetico come un beauty filter distorcente, che incedono plumbei e minacciosi nel vuoto blu di un immenso spazio che pare un choma-key, percorrendo una spirale discendente - metafora dell'imbarbarimento generale? puro espediente scenico? - mentre ricapitolano archetipi di ogni genere, dal prete al motociclista, dall'amazzone alla fata con la crinolina. In mezzo ci sono molte ripetizioni di quanto Gvasalia ha già fatto negli ultimi anni, ma poco importa: l'enunciato è autorevole e autoriale, e ha il potere di dare un frisson pauroso all'apparente normalità, puntando sulla sintesi estrema e su una concisione abrasiva che è l'esatto contrario del pastiche postmoderno. In mezzo ci sono i vestiti, insieme estremi e veri, perfetti nello show come per strada.

Valentino, l’arte intensa della sottrazione

Valentino, l’arte intensa della sottrazione

Photogallery29 foto

Visualizza

Parte dall'idea della semplificazione estrema anche Pierpaolo Piccioli, che da Valentino ricomincia dal bianco. Bianco di popeline, ovvero l'archetipo stesso della camicia, il grado zero del vestire. “Ho voluto portare l'attenzione dal vestito alla persona, per far emergere il carattere” racconta il direttore creativo. Non è ricerca di concretezza la sua però: anche al picco della semplificazione, l'immaginario di Piccioli è lirico, sognante, legato ad una idea di vestire che quotidiana non è, o almeno non nel senso comune, perchè affonda le radici in un pensiero sulla couture come abito da occasione. Le donne sulle quali Piccioli porta l'attenzione, del resto, hanno gli occhi ricoperti di cristalli, e si adornano di sensazionali gioielli grondanti un bestiario fantastico di animali birichini e barocchi. La collezione disegna un percorso circolare: parte dal bianco, si accende di colori fluorescenti, si incendia di stampe fauve e torna bianca. L'excursus, fatto di abiti che il corpo lo sfiorano appena, elegantissimi, è trascinante e pieno di poesia, a tratti quasi lezioso, ma impeccabile. Eppure, sarebbe interessante vedere la formula - perché ormai di una formula si tratta - applicata anche fuori dal contesto della fiaba, in una situazione di abbigliamento più reale, perché è proprio lí che oggi c'é più bisogno di poesia.

Poesia, sia chiaro, non il costume di Thom Browne. La realizzazione dei capi, qui, è ad un livello da couture, ma manca ogni senso di aderenza ad un protocollo vestimentario minimamente possibile.
L'esordio di Daniel Roseberry con il prêt-à-porter da Schiaparelli oscilla tra semplificazione pragmatica e delirio kitsch in maniera non del tutto convincente. I capi più puri hanno un appeal, ma non una identità forte che li elevi davvero e renda riconoscibili; i surrealismi dei pezzi più eccentrici, d'altro canto, rivelano una lettura alquanto angusta di una personalità complessa come quella della Schiaparelli. Tanto varrebbe, a questo punto, lasciarla perdere, Elsa, e inventare una identità, ma forte e originale.
La giornata si chiude da Givenchy in una memoria anni Novanta di jeans oversize, tailoring minimal e abiti vaporosi. Il direttore creativo Clare Waight Keller rivive i propri anni newyorkesi, e intitola la collezione 1993 - l'anno in cui arrivò nella Grande Mela - ma la storia quaglia poco. Non c'é un senso, e nemmeno una direzione. Il potenziale, al momento, è solo negli accessori.

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...