verso il 24 giugno

Ballottaggi, i sette comuni dove M5S si gioca tutto

di Andrea Marini


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(ANSA)

3' di lettura

Dopo il 32,7% preso alle politiche lo scorso 4 marzo, il risultato del primo turno di queste amministrative del 5 giugno per i 5 stelle è stato una delusione. Di tutte le città al voto, tre venivano da amministrazioni pentastellate: Ragusa (unico capoluogo), Pomezia (Roma) e Assemini (Cagliari). Due domeniche fa il movimento di Luigi Di Maio non è riuscito a conquistare nessuna città al primo turno, ed è andato al ballottaggio solo in sette centri (sui 109 sopra i 15mila abitanti), di cui solo tre capoluoghi: Terni, Avellino, Ragusa, a cui si aggiungono Assemini (Cagliari), Acireale (Catania), Pomezia (Roma) e Imola (Bologna).

Effetto calamita sugli esclusi dal secondo turno
Sarà quindi il voto di domenica prossima a stabilire se i 5 stelle riusciranno a rimpinguare la pattuglia di 44 città attualmente da loro amministrate. La speranza per i grillini è di confermarsi “animali da ballottaggio”: alle amministrative 2017 vinsero al secondo turno in 8 comuni su dieci, con un effetto calamita sugli elettorati di centrodestra o centrosinistra rimasti fuori dai ballottaggi.

M5s in vantaggio a Ragusa
I grillini partono in vantaggio nelle città che già governavano. A Ragusa Antonio Tringali (22,67%) ha staccato di poco Peppe Cassì, candidato civico sostenuto da Fratelli d’Italia (20,83%). Tuttavia, anche se Cassì ha escluso apparentamenti, potrebbe ottenere domenica prossima i consensi del candidato di Fi (Maurizio Tumino, 14,8%) e del candidato Pd (Peppe Calabrese, 13,8%).

Giochi aperti a Pomezia
A Pomezia, città della cintura romana, il candidato pentastellato, Adriano Zuccalà, si è piazzato primo con il 28,7 per cento. Ma anche qui al ballottaggio i giochi sono ancora aperti: il candidato del centrodestra, Pietro Matarese, generale in riserva della Guardia di Finanza, ha comunque preso il 25,4 per cento. Qui decisivi saranno il 23,47% conquistato dall’ex sindaco dei 5 stelle Fabio Fucci (che ha lasciato il movimento e si è candidato con una propria lista) e il 18,81% del candidato Pd, arrivato quarto.

La sfida di Assemini
Stesso scenario anche ad Assemini, dove l’aspirante primo cittadino Sabrina Licheri ha ottenuto il 44,8%. Ora dovrà vedersela al ballottaggio con il candidato del centrodestra, il “civico” Antinio Scano (35,6%). Che proprio in quanto “civico” potrebbe calamitare il 18% preso dai tre candidati di sinistra e centrosinistra rimasti fuori dal secondo turno.

Scontro con il centrosinistra a Imola e Avellino
Paradossalmente, i 5 stelle potrebbero avere più chance di passare in due comuni dove sono arrivati secondi al primo turno e dove lo sfidante al ballottaggio è un candidato di centrosinistra: Imola e Avellino. E non è un caso che in queste due città è atteso l’arrivo del leader M5S Luigi Di Maio. I grillini, pur se staccati di oltre 10 punti a Imola e oltre 20 ad Avellino potrebbero incassare i voti del centrodestra rimasto fuori dal secondo turno e quindi ridurre il distacco dal centrosinistra. Ad Avellino il candidato di centrodestra Sabino Morano, ormai fuori dai giochi, ha già dato indicazioni in appoggio al M5S, anche se il coordinatore provinciale di Forza Italia ha preso le distanze da questa decisione. A Imola, roccaforte storica della sinistra, il 14% della Lega potrebbe riversarsi sui 5 stelle in chiave anti-Pd.

A Terni M5S costretto a rincorrere
A Terni, invece, il M5S dovrà vedersela con il centrodestra a trazione leghista che ha sfiorato il colpo al primo turno con il 49,2%. I grillini sono distanti (25%), ma potrebbero incassare il 17% del Pd e dei movimenti di sinistra rimasti fuori dal ballottaggio, che non vogliono far cadere la città in mano alla destra. Ad Acireale (Catania), il centrodestra a guida Fi (la Lega è rimasta fuori, prendendo appena il 2%) ha incassato il 38% al primo turno, coi i 5 stelle che si sono fermati al 21,5%. Tuttavia, pur senza apparentamenti ufficiali, a pesare al secondo turno ci sono i voti del candidato civico Nino Nicotra (19,8%), che si è espresso per il «cambiamento», e quelli di Rito Greco del Pd (16,5%), che non si è schierato con nessuno.

M5S: LE SFIDE CHIAVE
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