LA CRISI

Balneare, di scopo, di transizione: guida alle sfumature di governo

La fine ormai scontata dell’esecutivo di Giuseppe Conte fa ripartire le ipotesi sulle soluzioni possibili a Palazzo Chigi. Aspettando le valutazioni del Quirinale, ecco alcuni precedenti

di Riccardo Ferrazza


Governo del presidente o balneare: le 10 sfumature di esecutivi non tradizionali

3' di lettura

La lunga crisi che portò alla nascita dell’esecutivo di Giuseppe Conte produsse nel dibattito pubblico un lessico sterminato di nomi (qualcuno ne contò addirittura 25), ciascuno a contrassegnare le possibili soluzioni politiche per il più lungo stallo della storia politica repubblicana. Da Governissimo a governo di transizione, passando per esecutivo di scopo, responsabilità, balneare, di minoranza, di garanzia, di traghettamento, di nessuno e di tutti: la lista nella primavera dello scorso anno sembrava non esaurirsi.

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Ora che l’esecutivo giallo-verde sembra arrivato a fine corsa e in attesa di capire quali saranno le decisioni del Capo dello Stato in caso di sfiducia del Parlamento all’«avvocato degli italiani» si riapre la giostra delle ipotesi. Si parla, per esempio, già di “governo di garanzia elettorale” per accompagnare il paese alle urne anticipate o di “governo di scopo” nel caso alcune forze (M5S e Pd) decidessero di coalizzarsi per portare a termine la riforma per la riduzione del numero di parlamentari. Ecco una guida (parziale) agli esempi del passato.

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B come «balneare»
Esprime il concetto di un esecutivo di breve e predefinita durata che nasce in un periodo estivo. Il primo a ricevere questo nome (che in realtà sarebbe arrivato solo in seguito) fu negli anni ’60 il governo di Giovanni Leone. Dopo le elezioni politiche del 28 e 29 aprile 1963 il presidente della Repubblica Antonio Segni affidò l’incarico di formare il governo ad Aldo Moro: l’accordo di coalizione con il Psi guidato da Pietro Nenni venne però bocciato dal comitato centrale del partito e il leader Dc rimise il mandato. Leone, dopo essersi dimesso da presidente della Camera, riuscì a formare un governo monocolore Dc di transizione, per consentire l’approvazione del bilancio dello Stato entro il termine del 31 ottobre. “Balneare” fu anche il secondo governo di Mariano Rumor che giurò mezzo secolo fa proprio di questi giorni (5 agosto 1969).

Governo del presidente
«Il capo dello Stato è un organo di garanzia. È come un motore di riserva che, se si inceppa la macchina del circuito governo-Parlamento, entra in funzione». Giuliano Amato, ex premier e giudice costituzionale, ha usato in passato questa metafora per descrivere il ruolo di Giorgio Napolitano. Il «motore di riserva» si accese nel novembre 2011 quando il premier Silvio Berlusconi, sotto la pressione dei mercati che portarono il differenziale BtP-Bund al record di 574 punti, si dimise: il presidente della Repubblica affidò l’incarico di formare il governo a Mario Monti, nominato tre giorni prima senatore a vita. Quello dell’ex commissario europeo fu un caso di “governo del presidente” per il ruolo svolto dal Colle nella soluzione della crisi.

Quando arrivano i “tecnici”
L’Esecutivo Monti è stato chiamato anche dei “professori” o dei “tecnici” perché composto per gran parte da personalità scelte al di fuori della politica. L’appellativo spetta per primo al Governo di Lamberto Dini che, curiosamente, come quello montiano, subentrò a un esecutivo guidato dal Cavaliere. Dopo la caduta del primo governo Berlusconi, nel gennaio 1995 l’allora Capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro conferisce l’incarico di formare un nuovo esecutivo al ministro del Tesoro dell’esecutivo dimissionario. L'ex direttore generale della Banca d'Italia forma un governo con un programma definito: manovra correttiva, riforma del sistema pensionistico, la legge elettorale per le regioni e la riforma dell'informazione. Dini si dimise dopo un anno dopo ma rimase in carica fino a maggio, quando si insediò il nuovo governo vincitore delle elezioni, quello dell’Ulivo di Romano Prodi.

La andreottiana “non sfiducia”
È la formula creativa che descrive l’Esecutivo guidato da Giulio Andreotti (il terzo) nel 1976. Fu lo stesso presidente del Consiglio incaricato che, presentando alla Camera il suo Esecutivo (formato da soli esponenti democristiani), chiese la “non sfiducia” ai partiti – in particolare il Pci, dopo la Dc la principale forza parlamentare guidata da Enrico Berlinguer – sulla base di un programma e scadenze precise. Alla Camera la mozione di fiducia passa con 258 favorevoli e un numero maggiore di astenuti: 353. L’altro nome è “governo di solidarietà nazionale”.

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