LETTERA AL RISPARMIATORE

Banca Ifis amplia il perimetro e punta sul corporate banking. Più business nei crediti dubbi

di Vittorio Carlini


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6' di lettura

Proseguire nell’integrazione della neoacquisita GE Capital Interbanca. Inoltre: crescere nella gestione dei portafogli di sofferenze. Poi: sviluppare la trasformazione digitale dell’istituto. Ancora: spingere il corporate banking per le Pmi. Sono tra le priorità del gruppo Banca Ifis a sostegno del business.

L’attività, nel 2016, ha visto i numeri di conto economico muoversi a due velocità. Il margine d’intermediazione (cioè i ricavi della banca) si è assestato a quota 326 milioni, in diminuzione del 19,4% rispetto all’esercizio precedente. I profitti netti, invece, sono saliti a 687,9 milioni a fronte dei 162 milioni del 2015 (+324,7%). La duplice dinamica, giocoforza, induce un certo disorientamento al risparmiatore. Non solo per diversa direzione delle due voci contabili. Bensì, soprattutto, per l’ampia differenza nei due movimenti. Al che risulta utile analizzare, e spiegare, i singoli andamenti.

NUMERI DI CONTO ECONOMICO A CONFRONTO

Dati in milioni di euro

Ebbene: sul fronte del margine d’intermediazione l’investitore può avanzare un dubbio. Cioè: l’ipotesi di un qualche problema nel generare ricavi. La realtà, a ben vedere, è più articolata. Il confronto dei dati in valore assoluto, sottolinea Banca Ifis, è poco significativo. Nel 2015, viene ricordato, c’è il riassetto del portafoglio titoli di Stato con una plusvalenza di 124,5 milioni. Inoltre nel 2016, sottolinea sempre l’istituto, l’acquisizione d’Interbanca (attesa al break even a livello di utile netto a partire dal 2017) ha comportato un costo addizionale di 10,7 milioni per il funding. Insomma: due voci una tantum che, indica Banca Ifis, rendono necessario il confronto tra dati normalizzati (al netto dei valori non ricorrenti). Questi, sottolinea la società, implicano il rialzo del 16,5% del Margine d’Intermediazione. Quindi,conclude Banca Ifis, non c’è alcuna particolare preoccupazione rispetto ai proventi operativi.

Il ragionamento, in linea di massima, può replicarsi con i profitti netti. Questi, indica sempre l’istituto di credito veneziano, sono l’effetto una tantum dell’acquisizione d’Interbanca. Nell’operazione, seguendo quanto indicato dai criteri contabili, l’acquirente deve, spiega la società, iscrivere a conto economico il provento del cosiddetto Gain on bargain purchaise. Vale a dire: la differenza positiva tra il giusto valore delle attività e passività acquisite con Interbanca (742,8 milioni) e il prezzo pagato per lo shopping (provvisoriamente 119,2 milioni). Si tratta dei 623,6 milioni che, riguardo al 2016, contribuiscono a far salire i profitti netti. Senza di essi (e dei costi connessi allo shopping) l’utile netto normalizzato, indica sempre Banca Ifis, si assesta a 89,9 milioni (+14,2%). Un andamento, sottolinea l’istituto, il quale mostra come il gruppo sia stato capace di migliorare la redditività anche al netto dell’M&A.

PESO NEL 2016 DELLE DIVERSE AREE SUI RICAVI

Dati in percentuale

Fin qui alcune considerazioni rispetto ai dati di conto economico: quali, però, le priorità riguardo allo sviluppo aziendale? Le strategie di fondo sono elaborate nel piano d’impresa 2017-2019. Un business plan dove, al fine di comprendere le future mosse del gruppo, può guardarsi una grafico preciso: la stima, al 2019, del contributo ai ricavi delle diverse attività. Ebbene: fermo restando che l’obiettivo è crescere in valore assoluto in tutte le diverse aree, il peso della gestione delle sofferenze passa dal 38,9% nel 2016 al 44%. Il segnale di come il business in oggetto incrementi l’importanza. Il gruppo attualmente ha un portafoglio di circa 10 miliardi di valore nominale di Npl. Il target, nel triennio, è acquisire 10-15 miliardi di sofferenze. Da inizio anno ad oggi sono stati «comprati» circa 2 miliardi di gross book value di Npl. Il focus? Resta sui piccoli debitori. Seppure si guarda a portafogli affini. Così, da una parte, c’è l’interesse sui crediti dubbi garantiti da piccoli asset immobiliari; e, dall’altra, si punta si crediti della micro-impresa. Ciò detto: l’attuale tasso di recupero è intorno al 15%; l’obiettivo, a fine piano, è superare la quota del 20%.

Tutto rose e fiori, quindi? La realtà è più complessa. In particolare il risparmiatore, a fronte della maggiore incidenza che assumono gli Npl, teme che l’attività di Banca Ifis possa diventare eccessivamente rischiosa. L’istituto rigetta il dubbio. In primis il gruppo, ricordando che i tempi di lavorazione degli Npl non sono immediati, sottolinea che la marginalità, prevista nel 2019, è già presente in nuce nell’attuale ammontare di sofferenze in portafoglio. Inoltre Banca Ifis afferma che oggi, rispetto al passato dove il factoring era prevalente, la diversificazione del business è molto maggiore. Ancora: i portafogli delle sofferenze, spiega sempre l’istituto, non sono concentrati su pochi grandi debitori, bensì sono articolati sulle piccole posizioni retail. Circa 1,4 milioni di debitori. Un contesto che, giocoforza, riduce il rischio. Infine: il track record. La società, ricorda il gruppo, ha dimostrato nel passato di essere in grado di estrarre margine dal business in oggetto. In conclusione, dice Banca Ifis, la pericolosità sugli Npl non è un tema.

DAI RICAVI AL PROFITTO NETTO

Dati in milioni di euro

Ma non è solo questione di sofferenze. C’è anche, soprattutto in scia all’acquisizione d’Interbanca, il corporate banking. Questo dovrebbe, a fine piano, pesare per l’11,7% sui ricavi (oggi l’incidenza è pari a zero). Quali allora i suoi key driver? Dapprima il cosiddetto cross-selling. Vale a dire: Banca Ifis punta ad offrire ai clienti il suo attuale più ampio ventaglio di prodotti e servizi. Così, ad esempio, a chi è titolare di un leasing potrà suggerirsi l’opzione del factoring. E viceversa. Oltre a ciò c’è lo sviluppo della finanza strutturata. Qui, tra le altre cose, si pensa alla consulenza e supporto dell’M&A; oppure allo sviluppo dell’impresa. Infine devono ricordarsi le cosiddette iniziative di «nicchia». Un esempio? Il finanziamento di aziende risanate ed uscite da fasi di ristrutturazione. Insomma un’articolazione del business che, a ben vedere, avrà quale target principale le Pmi. Al che, però, il risparmiatore fa un ragionamento: la media e piccola impresa è sempre più nel radar di molte banche; una crescente concorrenza che può rendere difficile raggiungere gli obiettivi indicati. Banca Ifis non condivide la considerazione. Dapprima, è l’indicazione, la sua attività da sempre guarda alle Pmi. Quindi il gruppo si dice capace di cogliere le diverse esigenze della domanda. Inoltre, dai recenti dati, si desume che l’erogazione del credito alle Pmi è in calo. Di conseguenza lo spazio per crescere c’è. Infine: le norme sul capitale di vigilanza spingono gli istituti di credito verso attività a basso assorbimento di capitale (ad esempio, i ricavi commissionali). Ebbene, afferma Banca Ifis, il suo elevato Cet1 le consente di avere buoni spazi di manovra proprio nell’attività di finanziamento. In conclusione, dice l’istituto, l’obiettivo indicato è sensato e raggiungibile.

Dal corporate banking al leasing. Quest’ultimo, il cui peso sul margine d’intermediazione al 2019 è dell’8,6% (a fine 2016 l’11,8%), rimane un’attività rilevante. Analogamente a quella dei crediti commerciali. Certo questi lo scorso esercizio valevano 40% dei ricavi e, a fine arco di piano, dovrebbero pesare per 27,4% . E tuttavia Banca Ifis, nel business in oggetto, punta ad esempi a passare dagli attuali circa 5.000 clienti all’intorno dei 10.000 nel 2019.

BANCA IFIS A PIAZZA AFFARI

Fin qui alcune considerazioni sulle strategie aziendali. Il risparmiatore, tuttavia, guarda anche alla dinamica degli oneri operativi. Il cost/income normalizzato, cioè il rapporto tra i costi e i ricavi al netto delle voci non ricorrenti, alla fine del 2016 si è assestato al 51,9% (era il 45,8% un anno prima). Si tratta di un trend che può indurre preoccupazione. La società non condivide il dubbio. Il rialzo, dapprima, è legato alla crescita della banca stessa. Inoltre, viene sottolineato, c’è l’effetto dell’integrazione d’Interbanca. Ancora: da un lato non devono dimenticarsi gli oneri una tantum (ad esempio il contributo al fondo salva banche). E, dall’altro, gli sforzi sull’incremento di business, quali gli Npl, dove gli esborsi di start up anticipano i margini futuri. Infine: ci sono le spese a sostegno della digitalizzazione della società. Queste, tra investimenti e costi, implicano nei tre anni una spesa di circa 140 milioni. Una grande parte sono previsti proprio nel 2017. Anno in cui, va ricordato, ci sarà il lancio proprio del sistema unico informatizzato. Insomma: nell’esercizio attuale Banca Ifis prevede l’aumento del cost/income. Per poi vederlo scendere sotto il 50%. Questa dinamica però, sottolinea l’istituto, è strumentale al business model a base del piano d’impresa. Un progetto che, da un lato, vede Banca Ifis fare un salto dimensionale; e, dall’altro, prevede diversi target. Tra gli altri: il tasso medio annuo di crescita del margine d’intermediazione tra il 24 e il 26%. E quello dell’utile netto tra il 40 e il 45 per cento.

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