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Banca mondiale taglia stime crescita globale 2023 da 3% a 1,7%, rischio recessione

Pesano la persistente inflazione, l'aumento dei tassi di interesse e gli effetti della guerra in Ucraina. In Eurozona attesa crescita zero. L'outlook potrebbe peggiorare ulteriormente in caso di un nuovo shock per l'economia

di Stefania Arcudi

Fmi e Banca Mondiale, aumentati i rischi di recessione

3' di lettura

(Il Sole 24 Ore Radiocor) - La Banca mondiale ha rivisto in forte ribasso le previsioni sulla crescita mondiale nel 2023, tagliandole a +1,7% da +3% di giugno scorso, a causa della persistente inflazione, dell'aumento dei tassi di interesse e degli effetti della guerra in Ucraina. L'istituto internazionale attende poi una ripresa moderata a +2,7% nel 2024. La Banca mondiale, nel Global Economic Prospects, il rapporto annuale sulle prospettive economiche globali, ha rivisto le previsioni per quasi tutti i Paesi sviluppati e per quasi il 70% di quelli emergenti e in via di sviluppo, con una crescita particolarmente debole negli Stati Uniti e nulla in Eurozona. La tendenza potrebbe peggiorare ulteriormente, con un rischio concreto di recessione, in caso di un nuovo shock per l'economia, causato da una fiammata dell'inflazione, da una nuova ondata di Covid o da tensioni geopolitiche.

Rallentamento più evidente nelle economie avanzate

Come ha spiegato Ayhan Kose, direttore dell'ufficio di ricerca della Banca mondiale, «si tratta della crescita più debole degli ultimi trent'anni, fatta eccezione per la crisi del 2008 e il post-pandemia del 2020. Il rallentamento è generale e l'evoluzione dell'economia mondiale è complessa». In caso di rialzo dei tassi di un punto percentuale da parte delle banche centrali mondiali, ha aggiunto Kose, « il peso sulla crescita globale sarebbe dello 0,6%, provocando quindi un calo dello 0,3% del Pil pro capite e quindi una recessione tecnica globale». Come evidenziato dalla Banca mondiale, nei Paesi sviluppati il rallentamento sarà più evidente: si prevede una crescita dello 0,5% negli Stati Uniti (contro l'1,9% stimato lo scorso giugno) e crescita zero nell'Eurozona (sempre rispetto all'1,9% precedente). Anche i Paesi emergenti non saranno risparmiati: la crescita cinese è ora prevista al 4,3% (0,9 punti percentuali in meno) e gli altri Paesi emergenti e sviluppati dovrebbero vedere le loro economie crescere del 2,7%.

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Eurozona crescita zero in 2023 con caro energia e inflazione

Più nel dettaglio, per quanto riguarda l'Eurozona, l'istituto ha tagliato pesantemente le stime e attende ora una crescita zero (+1,9% la stima di giugno). Per il 2024 la stima è di una crescita dell'1,6% (contro il +1,9% previsto a giugno). «Nell'Eurozona l'attività nella prima metà del 2022 ha superato le aspettative, con il risultato che la crescita annuale è stata rivista al 3,3%. Nel secondo semestre, tuttavia, c'è stato un indebolimento sostanziale come risultato del balzo dei prezzi dell'energia, delle incertezze sull'offerta e dell'aumento dei costi di finanziamento», si legge nel rapporto. L'istituto segnala che «l'inflazione ha toccato livelli record dopo l'invasione russa dell'Ucraina, portando a tagli delle forniture globali di gas e a un aumento dei costi che, nonostante qualche recente miglioramento, restano sopra i livelli pre-guerra». Alla luce di tutto questo, la Banca mondiale prevede una contrazione nella prima metà del 2023 e una stabilizzazione nella seconda parte dell'anno. L'inflazione dovrebbe moderarsi, complice anche il calo dei prezzi dell'energia.

Allarme povertà nell'Africa Subsahariana

L'istituto ha inoltre espresso preoccupazione per le conseguenze del rallentamento dal punto di vista sociale e in termini di lotta al riscaldamento globale e alla povertà. Nell'Africa subsahariana, dove vive il 60% delle persone considerate in condizioni di estrema povertà, la crescita prevista sarà probabilmente insufficiente per combatterla in modo efficace: «Ci aspettiamo una crescita dell'1% del Pil pro capite, che è di gran lunga inferiore a quella necessaria per sradicare la povertà estrema», ha detto Kose, spiegando che «sarà quasi impossibile ridurre la povertà o anche la disuguaglianza ai livelli che vorremmo».

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