credito

Bancari: Abi e sindacati concordi contro tagli indiscriminati

L’Associazione bancaria italiana e i sindacati dei bancari cercano soluzioni per gestire la trasformazione, rifiutando allarmismi e ipotesi di tagli drastici

di Cristina Casadei


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4' di lettura

Banchieri e sindacati concordi contro l’ipotesi di tagli drastici dei posti di lavoro nel settore del credito, dopo lo studio pubblicato ieri dal Sole 24 Ore, che descrive uno scenario molto preoccupante. Patuelli (Abi): le soluzioni proposte sono molto semplicistiche. Sileoni (Fabi): scenario raccontato per terrorizzare i lavoratori.

«Proposte di soluzione estremamente semplicistiche e non condivisibili, che non riconoscono i progressi realizzati dal settore anche con grande responsabilità sociale e omologano con una ricetta unica un settore ampiamente diversificato». L’Abi, guidata da Antonio Patuelli, sintetizza così le reazioni dei banchieri allo studio della società di consulenza Oliver Wyman, pubblicato sulle colonne del Sole 24 Ore, che ha offerto uno scenario di medio periodo allarmante. Nei prossimi cinque anni, secondo Oliver Wyman, ci sarebbe bisogno di ridurre la base dei costi di 5 miliardi di euro, tagliare 70mila bancari e chiudere 7mila filiali.

Il sistema bancario italiano ha sicuramente affrontato e dovrà affrontare una serie di criticità. Se guardiamo ai piani industriali immediatamente alle spalle (o quasi), ci sono quello di Carige e di Bper che hanno anche già raggiunto gli accordi con i sindacati per le uscite volontarie dei lavoratori attraverso il fondo di solidarietà. Se guardiamo avanti, invece, ci sono nell’immediato i piani di UniCredit e Banca Popolare di Bari, le cui premesse non sembrano molto positive. Però «i sindacati e le banche devono risolversi i problemi da soli, senza strumentali interferenze esterne, che tendono soltanto a creare confusione, a vantaggio di chi vuole destabilizzare il settore - sostiene il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni -. Gli strumenti a disposizione, come il Fondo esuberi su base volontaria e il fondo per l’occupazione giovanile, finanziato da tutti i lavoratori bancari hanno evitato i licenziamenti e garantito nuova occupazione giovanile. Così sarà anche per il futuro».

Abi ricorda come le banche in Italia «abbiano dato prova di saper affrontare momenti non facili, gestendo con grande attenzione, anche sociale, le possibili ricadute sui lavoratori, individuando insieme alle organizzazioni sindacali le migliori soluzioni su base volontaria». Uno scenario diverso, questo sì, da quello di altri paesi, anche europei, dove si chiudono gli sportelli e si licenzia. «Anche nell’ambito del confronto relativo al rinnovo del contratto nazionale emerge la centralità che le persone continueranno ad avere nel lavoro in banca e, conseguentemente, l’importanza di disporre di tutti gli strumenti per poter gestire in modo positivo e sostenibile le trasformazioni che stiamo vivendo, anche a fronte dei processi di innovazione tecnologica e e del difficile quadro economico», spiegano i banchieri.

Guardando indietro a tutte le crisi gestite e guardando avanti a quelle che ci saranno e che non si nega, Sileoni chiede ai banchieri «di conoscere quanto costano le società di consulenza gruppo per gruppo. Tra queste chiedo anche di sapere se c’è Oliver Wyman. La verità è che se calcoliamo il costo di tutte le società di consulenza, con l’ammontare complessivo, rinnoviamo tre contratti. Lo scenario che viene raccontato getta le basi per creare nei lavoratori il terrore della macelleria sociale che, come sindacato, contrasteremo sempre». Nello studio di Oliver Wyman, «c’è un errore concettuale di fondo perché non si può parlare di modello di business al singolare come se il settore bancario fosse un unico ente pubblico. Il credito è un settore dove le aziende sono diverse e in competizione tra loro. Raccontare le banche come statiche, parlare ancora di foresta pietrificata non ha senso - dice il sindacalista -. Il settore si è evoluto anche in Italia, ci sono stati molti cambiamenti, ogni gruppo oggi ha una sua piattaforma It e indirettamente ce la hanno anche le piccole e medie banche. Tra l’altrole banche italiane stanno meglio di molte altre, per esempio quelle tedesche. Lo studio, invece, mette in difficoltà le banche italiane, molte delle quali quotate in Borsa, rappresentandole come fallite o sull’orlo del fallimento».

In attesa di conoscere il piano di UniCredit che sarà presentato la prossima settimana, il segretario generale della Fabi ricorda che «se da un lato le banche e i sindacati hanno gestito responsabilmente le uscite limitando l’impatto sociale attraverso negoziati molto complessi, le società di consulenza non sono il vangelo e vivono in perenne conflitto di interessi. Se fanno valutazioni di carattere tecnico può avere un senso, ma se sparano a zero e sputano sentenze, alzando il tiro, come in questo caso, per poter incassare consulenze, no. Non dimentichiamoci che erano proprio le società di consulenza a sostenere che alla Popolare di Vicenza, all’epoca di Zonin, bisognava aumentare il numero di sportelli perché solo così, solo raggiungendo un certo numero di sportelli, la banca avrebbe avuto una dimensione ottimale. Per non dire poi dell’invito a tutti i gruppi bancari italiani ad aprire sportelli per contrastare l’invasione delle banche straniere. Ebbene le stesse società oggi dicono che bisogna chiudere gli sportelli».

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