credito

Bancari verso il rinnovo: «Ora redistribuire gli utili»

di Cristina Casadei

4' di lettura

«In prospettiva di un ritorno agli utili degli istituti di credito chiediamo un’equa redistribuzione anche a favore dei dipendenti, non solo degli azionisti». A parlare è il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni, che su questa proposta trova il consenso dei segretari generali delle altre sigle del credito (Giulio Romani di First Cisl, Agostino Megale della Fisac Cgil, Massimo Masi della Uilca ed Emilio Contrasto di Unisin) che, ieri, erano presenti all’avvio dei lavori del XXI congresso degli autonomi della Fabi.

Il sindacato più rappresentativo del credito, con 110mila iscritti, è alle prese con il rinnovo del vertice e l’aria che tira al congresso fa dare per scontata la conferma di Sileoni, che guida la federazione da 8 anni e ha sulle spalle già 2 rinnovi contrattuali da segretario generale. Ma, soprattutto, ha cambiato il linguaggio sindacale, rendendolo più concreto e ha avviato una profonda svolta mediatica di questo sindacato, compatto come pochi sulle linee politiche e sulle priorità.

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Siamo nel pieno della rivoluzione digitale e i rappresentanti dei lavoratori di tutte le categorie hanno ben chiaro che o si trova il modo di partecipare o saranno altri a gestire il cambiamento. Certo, la partecipazione che si chiede qui è la partecipazione vera alla creazione di nuovi modelli organizzativi, all’introduzione delle nuove tecnologie ma anche ai loro eventuali frutti. Sileoni ricorda un passo di un romanzo di Jonathan Coe che nel 2004 raccontava le dure lotte sindacali inglesi. Scriveva: «Prendi un po’ di rappresentanti sindacali, inviali al piano di sopra, mettili a sedere al tavolo della sala riunioni, falli sentire importanti. Mettili, poi, a conoscenza di qualche segreto, niente di troppo delicato, attenzione, giusto qualche bocconcino per fargli credere di essere addentro alle segrete cose. E, all’improvviso, ecco che si sentono così pieni di sè, all’improvviso cominciano a vedere le cose dal punto di vista della dirigenza». I bancari hanno cercato, per quanto possibile, di non lasciarsi confondere dai bocconcini e oggi chiedono che ci sia una redistribuzione vera ai lavoratori dell’eventuale benessere, derivante dalla ripresa del settore e dalla digitalizzazione.

La rivoluzione digitale è senza dubbio un tema centrale del dibattito ed è proprio Sileoni a lanciare davanti al presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, la proposta di aprire un cantiere sulla digitalizzazione «per evitare di fare un contratto che poco dopo la firma sia già superato». Su questo il sindacalista raccoglie anche il consenso del consigliere delegato e ceo di Intesa Sanpaolo Carlo Messina, che si dice disponibile a interagire con il sindacato su questo tema. In giugno bisogna essere pronti con la piattaforma e, qui, sanno bene che ai tavoli negoziali arriva bene chi arriva prima. «Credo che sia estremamente qualificante che ogni organizzazione sindacale faccia delle proposte, ma credo anche che, sul tema della nuova organizzazione del lavoro, sarà per il sindacato fondamentale e prioritario gestire la digitalizzazione del settore», dice Sileoni.

I bancari hanno gestito l’ondata della crisi economica senza concedere nulla alla macelleria sociale e lo hanno fatto soprattutto grazie al loro ammortizzatore sociale, il Fondo di solidarietà. Su questo il sindacato non è disposto a fare concessioni di alcun genere. «Negli anni della crisi - ricorda Sileoni - ci ha permesso di evitare i licenziamenti, garantendo una gestione morbida delle ristrutturazioni, al contrario di quanto accaduto in Europa dove il settore bancario ha perso oltre 327.500 posti di lavoro». Il Fondo di solidarietà, lo abbiamo scritto molte volte, è uno strumento molto costoso ma «mai accetteremo che il nostro fondo , uno strumento innovativo che ha impedito la macelleria sociale, venga messo in discussione dalle banche o che sia prevista una riduzione dell’assegno di sostegno al reddito dei lavoratori in uscita», dice Sileoni.

Negli ultimi anni, il sistema bancario ha dovuto fronteggiare le storie delle 4 banche, delle due Venete, di Mps e delle Bcc che hanno trovato l’ancora di salvezza nelle fusioni. Devono ancora rinnovare il contratto, le Bcc, e questo sarà il primo risultato che il sindacato dei bancari dovrà portare a casa nel 2018. Poi arrivano il contratto della riscossione, scaduto da sette anni, e il contratto Abi.

A questo proposito ci sono storie che più di altre possono rappresentare un modello e Sileoni su questo non ha dubbi. Il modello è Intesa Sanpaolo. Per molte ragioni. Per esempio, dice, «Intesa attuerà una profonda riorganizzazione digitale, insieme alla focalizzazione del core-business verso l’attività commerciale. Utilizzerà risorse interne del personale per lo sviluppo di nuove attività, attraverso un’importante riconversione». Di questo Messina, dice di andare particolarmente fiero. «Non ho mai usato due parole - ricorda -: esuberi e dipendenti. Noi abbiamo delle persone, 100mila persone che lavorano nel gruppo e abbiamo cercato di fare in modo che chi si fosse trovato in eccesso di capacità produttiva potesse essere riconvertito su nuovi mestieri». Quali? Intanto il banchiere sposta il focus del lavoro dei bancari «sugli incagli perché è quello il credito che ha la possibilità di tornare in bonis».

Sugli Npl conferma l’interesse del gruppo a valutare alleanze a patto che consentano un recupero di una quota maggiore, ma sempre a una condizione: «Garantire tutele assolute alle persone che lavorano in banca perché io le considero le nostre persone».

Gli Npl saranno un altro tema centrale del prossimo contratto che «dovrà mantenere le garanzie della nostra area contrattuale - dice Sileoni -. Siamo convinti che la soluzione migliore sia una gestione interna del recupero crediti. Le sofferenze gestite in house, secondo la Banca d’Italia hanno tassi di recupero di oltre il 40%. Gestite all’esterno il tasso scende al 20%».

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