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Bancari: per la Cgil il contratto nazionale dovrà recuperare anche la produttività

di Cristina Casadei

(IMAGO ECONOMICA)

5' di lettura

Se sei un lavoratore del Sud allora guadagni il 14% in meno rispetto alla media. Se sei una donna il 20% in meno. Se sei un giovane il 21% in meno. Se sei un lavoratore immigrato dipende. Se sei comunitario il 18% in meno, se sei extracomunitario il 23%. L’Isrf Lab, presieduto da Agostino Megale, e la Fisac Cgil, nel rapporto “Banche, lavoro, Paese” hanno allargato l’obiettivo sul mercato del lavoro e sulle disuguaglianze che si sono generate nel nostro paese, ben al di là del mondo bancario. Il direttore dell’Isrf, Nicola Cicala, spiega che negli ultimi anni «la contrattazione collettiva nazionale è riuscita a difendere il salario dall’inflazione», ma «non siamo riusciti ad avere una crescita del salario di fatto». Risultato? «I salari sono fermi», dice il ricercatore, e non va molto meglio se guardiamo bene i dati sull’occupazione. Cicala spiega infatti che «se è vero che siamo arrivati ai livelli pre crisi con 23 milioni e 200mila occupati è anche vero che se guardiamo le unità di lavoro mancano all’appello un milione di occupati rispetto al periodo pre crisi».

Su questi numeri si innestano una serie di fattori peculiari del nostro paese che vanno dal carico fiscale troppo elevato sui redditi da lavoro dipendente a un’evasione elevatissima «a cui non possiamo arrenderci - aggiunge Cicala -. Il prelievo fiscale va preso laddove si trovano i 110 miliardi di mancate entrate per evasione fiscale e contributiva». Per non dire poi dell’accentramento della ricchezza nelle mani di pochi che, dice Megale, «richiederebbe una patrimoniale sulle grandi ricchezze che sarebbe un importante segnale di solidarietà e redistribuzione verso il lavoro» e degli investimenti che sono fermi. Su questo lo stesso segretario generale della Cgil, Maurizio Landini taglia corto e dice che «serve una riforma fiscale molto radicale che ripristini il principio di progressività: ognuno deve pagare in base al reddito che ha e in base alle proprietà che ha, a quello che possiede». Bisogna aprire una «vertenza fiscale con l’obiettivo di far pagare oggi chi non paga, di ridurre le tasse ai lavoratori dipendenti aumentando e migliorando le detrazioni e rilanciando così gli investimenti di cui ha bisogno il Paese».

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Nella sua analisi Cicala spiega che «il problema degli investimenti troppo bassi viene da lontano. Anche nei decenni precedenti la crisi, l’Italia investiva meno di altri paesi europei ma quello che dobbiamo constatare oggi è che non vi è nessun cambiamento per il tema degli investimenti. Così altri paesi dell’Eurozona come Spagna, Germania, Francia hanno performance migliori delle nostre che abbiamo avuto tre trimestri con il segno meno». A proposito di investimenti Landini, osserva che la decisione sul futuro della Tav è stata rinviata dal Governo «a dopo le elezioni europee» e quindi «per ragioni elettorali, mi sembra chiaro». Tuttavia, aggiunge, «non prendere alcuna decisione è un atto da un certo punto di vista di irresponsabilità: chi è al governo deve assumersi la responsabilità di prendere una decisione». Questa non decisione, per Landini, arriva proprio quando servirebbe, invece, «un piano straordinario per le infrastrutture. Di questo purtroppo non si sta discutendo». E ricorda la data cruciale del 15 marzo quando ci sarà sia la manifestazione degli studenti sul global warming , sia lo sciopero dell’edilizia dove in questi anni sono state perse molte migliaia di posti di lavoro e altri sono a rischio per lo stop ai cantieri nel
Paese.

Il quadro ricostruito dall’Isfr Lab della Fisac Cgil porta a dire che il modello contrattuale del ’93 «non funziona perché difende il potere d’acquisto delle retribuzioni di base delle categorie ma non consente la crescita delle retribuzioni reali. Siamo un paese in depressione salariale di lungo periodo», interpreta Cicala. Un tema che riguarda non tutti i settori e non tutte le imprese perché quelli che hanno un’importante quota di esportazioni e crescono fanno contrattazione di secondo livello e i lavoratori sono riusciti a recuperare a livello aziendale la produttività.

La parola produttività chiama in causa il credito perché le Banche, spiega il segretario generale della Fisac Cgil, Giuliano Calcagni «hanno continuato a fare profitto e remunerare il capitale e a distribuire i dividendi», anche in questi anni di crisi in cui «il senso di responsabilità delle lavoratrici e dei lavoratori ma anche dei sindacati ha consentito la risoluzione in senso positivo della crisi del sistema bancario», con l’uscita di molte migliaia di lavoratori, «senza che vi siano stati licenziamenti», dice Calcagni. Nei forzieri delle banche oggi ci sono «700 miliardi di euro depositati sui nostri conti correnti. Le banche hanno tentato di trasferire il risparmio lordo nel risparmio gestito - osserva Calcagni - e questo che potrebbe suonare come un’operazione elegante, in realtà sottace una commissione che di norma è del 2- 3%». A questo punto, proprio mentre i sindacati del settore sono al lavoro sulla piattaforma per il rinnovo del contratto nazionale dei bancari, Calcagni rileva due temi con cui si riallaccia alle disuguaglianze elencate da Cicala e cioè: «Superare il jobs act e superare il salario di ingresso per i giovani». Non solo. Sul fronte salariale, dice Calcagni, «bi sogna uscire dalla trappola per cui sul contratto nazionale si recupera l’inflazione, mentre il resto si recupera a livello aziendale. Il contratto nazionale deve recuperare la produttività». La profonda trasformazione del mondo bancario dovuto alle tecnologie e alla digitalizzazione dovranno sfociare in parte in una riflessione sul diritto alla disconnessione perché «gli strumenti tecnologici sono diventati delle vere e proprie catene» e sulla formazione permanente che però «dovrà essere di alto profilo e con il duplice obiettivo di fornire ai lavoratori anche l’idea del contesto in cui operano e di essere un
antidoto alla disoccupazione e un volano per il loro reimpiego».

Non manca un riferimento alla particolare situazione del settore del credito dove, ricorda Calcagni, «abbiamo un sindacato autonomo forte in termini di numeri, storia e cultura. Bisogna trovare l’unità sindacale con i confederali e anche con gli autonomi della Fabi che, non dimentichiamolo, hanno firmato la nostra Carta dei Diritti. Non è semplice , ma trovare elementi di unità anche con organizzazioni sindacali che hanno elementi diversi dalla nostra storia in questa fase è molto importante». Ed è alla categoria che il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, riconosce massima autonomia nel percorso negoziale: «È sempre la categoria che affronta il rinnovo del contratto nazionale di lavoro». Ricordando però che vi sono «uguaglianze e disuguaglianze anche nel mondo del lavoro che rappresentiamo e che non tutti i lavoratori hanno pagato la crisi allo stesso modo».

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