credito e regole

Banche, bond «cuscinetto» al debutto con un paradosso (legislativo)

di Maximilian Cellino


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(© McPHOTO)

3' di lettura

Li hanno ribattezzati bond «cuscinetto» per quella loro attitudine di inserirsi in una posizione intermedia fra le obbligazioni emesse da istituti finanziari che garantiscono il maggior grado di tutela nei confronti dell’investitore (senior) e quelle che invece contengono condizioni potenzialmente più penalizzanti (subordinate). Gli «strumenti di debito chirografario di secondo livello», che hanno ricevuto il via libera dal Parlamento italiano con l’ultima Legge di Bilancio e che ricordano da vicino i titoli senior non-preferred già predisposti in altri Paesi, potrebbero presto diventare una realtà anche per le banche del nostro Paese.

Già al lavoro nel resto d’Europa
Questione di settimane, se non addirittura di giorni, e le prime emissioni finiranno su un mercato che altrove è già terreno fertile: nei primi 10 mesi del 2017, secondo Dealogic, in Europa ne erano state collocate per 34 miliardi di euro, in prevalenza da parte di istituti di credito francesi, spagnoli e tedeschi; ieri Bnp Paribas ha rotto il ghiaccio con il primo senior non-preferred del 2018 da 2 miliardi di dollari. Banche e advisor sono infatti già da tempo al lavoro anche in Italia su questa tipologia di bond particolarmente utile perché rientra nell’insieme di strumenti computabili ai fini del cosiddetto Mrel (minimum requirement for own funds and eligible liabilities), il requisito introdotto dalla direttiva europea sul risanamento e la risoluzione delle banche (Brrd) con l’obiettivo di assicurare il buon funzionamento del meccanismo del bail-in, e per le banche di rilevanza sistemica anche per il Tlac (total loss absorption capacity) a partire del 2019.

UniCredit prevede di emetterne per 6 miliardi entro il 2019
Non a caso una banca come UniCredit (l’unica in Italia a far parte delle «G-sib», le banche sistemiche) ha previsto all’interno del piano industriale 2017-19 presentato a Londra tre settimane fa l’emissione di titoli senior non-preferred per 6 miliardi di euro da sommarsi ai 2,4 miliardi di Tier 2 e ai 750 milioni di Additional Tier 1 (At1). Non sarebbe però l’unica a preparare il terreno, perché se è vero che per rispettare il programma c’è tempo fino al 2019 è anche consigliabile adeguarsi in anticipo e sfruttare ogni finestra di mercato utile. «Ci aspettiamo un elevato numero di emissioni nel corso dell'anno perché le banche vorranno cogliere l’opportunità offerta dalla nuova legislazione», conferma del resto Gioacchino Foti, Counsel del dipartimento Finance & Capital Markets di Clifford Chance.

La cautela del Parlamento italiano e il paradosso legislativo
Qualunque sia l’ammontare collocato sul mercato, esiste la ragionevole certezza che i nuovi titoli non finiscano (almeno in via diretta) nei portafogli dei piccoli risparmiatori. Oltre che prevedere per questi una durata contrattuale di almeno un anno e il fatto che non siano derivati (caratteristiche comuni alle altre legislazioni europee) il Parlamento italiano ha anche stabilito un ammontare minimo pari a 250mila euro per ciascuna emissione e soprattutto che i bond siano destinati a un pubblico qualificato.

«Le banche non possono vendere i nuovi titoli alla clientela privata, ma in teoria nulla vieta di collocare presso di loro strumenti con un grado di subordinazione e rischiosità addirittura superiore come gli Additional Tier 1 o i Tier 2»

Una decisione, quest’ultima, dettata da una sorta di maggior sensibilità da parte del legislatore nei confronti di famiglie che anche nel recente passato sono rimaste coinvolte in prima battuta nei salvataggi bancari, ma che porta con sé anche un paradosso. «In base alla legge - spiega infatti Foti - le banche non possono vendere i nuovi titoli alla clientela privata, ma in teoria nulla vieta di collocare presso di loro strumenti con un grado di subordinazione e rischiosità addirittura superiore come gli Additional Tier 1 o i Tier 2, anche se di fatto la raccomandazione della Consob sui prodotti complessi aveva inserito una serie di restrizioni al collocamento presso investitori retail, in particolare per quanto riguarda gli Additional Tier 1».

LA FOTOGRAFIA

Fonte: Dealogic; dati societari

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Va detto per la verità che già sul mercato da tempo ci si comporta di conseguenza e si è in genere evitato che non solo gli At1 (emessi da UniCredit e Intesa Sanpaolo) ma anche i Tier 2 (collocati anche da istituti di dimensione minore) finiscano sulle tradizionali reti di distribuzione orientate al retail, ciò non toglie però che qualche effetto collaterale si potrebbe ugualmente vedere. «Di fatto si toglie alle banche un possibile canale di collocamento e questo per chi ha maggior difficoltà di accesso al mercato istituzionale, non certo i grossi calibri ma più verosimilmente qualche banca di taglio medio piccolo, potrebbe rappresentare un ulteriore ostacolo» osserva un operatore. In questo momento la tutela del risparmiatore sta evidentemente al di sopra dell’esigenza di rafforzamento del capitale da parte delle banche.

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