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Banche centrali, c’è qualche segnale di luce nella lotta contro l’inflazione?

Alcuni Paesi emergenti hanno interrotto le strette monetarie. Ora mancano all’appello le grandi banche centrali. Qui la strada sembra ancora lunga e complicata

di Vito Lops

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4' di lettura

Le ultime nell'ordine sono state la Reserve Bank of Australia (+25 punti base) e la Banca centrale della Nuova Zelanda (+50 punti base). I rialzi dei tassi in giro per il mondo proseguono e si stanno ormai approssimando alla cifra aggregata di 100 strette. Un'azione così coordinata non si vedeva dagli anni '70 e spiega come mai il 2022 si sta rivelando – salvo ribaltoni in questo ultimo trimestre – uno dei peggiori anni nella storia degli investimenti finanziari. Il portafoglio 60/40 (che posiziona il 60% sulle azioni dell'S&P 500 e il restante in titoli di Stato Usa) ad oggi è in rosso del 21%.

Si tratta del peggior calo dal 1931 per questo benchmark. La storia insegna però che molto raramente una combinazione del genere – bond e azioni correlati ed entrambi in caduta – si verifica per due anni di fila. L'ultima volta risale al 2001-2002. Prima ancora nel 1973-1974.

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Il 2023 anno migliore?

Anche per questo motivo tra gli investitori c'è chi ipotizza che il 2023 potrebbe essere un anno migliore. Non si tratta solo di una speranza ma di un ragionamento che poggia le sue basi dal tendenziale esaurimento delle strette monetarie in vari Paesi. Il Brasile, ad esempio, ha interrotto il processo di rialzi. Nella riunione di settembre ha lasciato invariato il costo del denaro al 13,75% dopo che l'inflazione ad agosto ha iniziato a rallentare (dal 10,07% all'8,73%).

I future scontano un calo dei tassi nella prima parte del 2023. Come detto, anche la Rba ha dato un segnale di alleggerimento, alzando i tassi dello 0,25% anziché di 50 punti base. «Molte altre banche dei Paesi emergenti, da quelle dei Paesi dell'Est Europa a quelli asiatici sono ormai prossime alla fine dei rialzi. Così come i Paesi scandinavi – spiega Paolo Belvederesi, ad di Zeygos -. In sintesi a livello globale mancano possiamo dire che grand parte del processo è stato compiuto. Su una scala da 1 a 10 potremmo dire che siamo ormai arrivati a 8. Mancano all'appello le banche centrali più importanti: Fed, BoE e Bce».

Ma il mondo è dollarocentrico

È qui che si gioca la partita. A partire dalla Fed. In un mondo dollarocentrico l'attuale percorso di deleveraging dipende molto dai tempi dettati dalla riserva federale statunitense. Finché questa alza i tassi non fa altra che far salire il dollaro costringendo gli altri, per evitare di importare inflazione dall'effetto-cambio, a seguirla. Ecco perché è bastato un dato Ism manifatturiero peggiore delle attese (come quello pubblicato a inizio settimana) per ridare slancio ai mercati.

Fatto salvo che il dato sulla disoccupazione di ieri (peggiore delle attese dato che è scesa dal 3,7% al 3,5%) ha di nuovo alimentato le incertezze sul tasso pivot, quella soglia massima raggiunta la quale la politica monetaria Usa possa iniziare poi ad invertire come fa un giocatore di basket quando si gira e schiaccia la palla in rete. La Bce, che a sua volta sta combattendo un'inflazione ancora più “appiccicosa” perché agganciata soprattutto allo shock esogeno della guerra energetica con la Russia, seguirà a ruota. Con una differenza.

«La Fed ha l'obiettivo di portare i tassi reali su tutta la curva all'1%, il che vuol dire che non si fermerà fino a quando l'inflazione non sarà inferiore di 100 punti base al tasso Fed Funds. E al momento siamo ancora lontani dato che sulla parte breve i tassi reali sono negativi per oltre 400 punti – spiega Alfonso Peccatiello, fondatore di Macro-Compass, la newsletter di macroeconomia più seguita al mondo -. La Bce ha invece l'obiettivo di portare i tassi reali a 0. Questo spiega anche perché storicamente, e anche al momento, c'è uno spread tra tassi Usa e tassi tedeschi. Ma per ora siamo lontani anche qui. Tuttavia molti soft data, anticipatori del ciclo economico, ci dicono che l'economia e la domanda stanno dando segnali di rallentamento. Ma ci vorrà del tempo. Non accade con uno schiocco di dita. Nella storia delle recessioni Usa ci sono voluti 16 mesi per riportare l'inflazione al 2%. Vedremo».

Che si dice sull’Eurozona

Quanto all'Eurozona il mercato dei future è leggermente migliorato. Se a fine dicembre scontava a fine settembre un Euribor al 3,25%, ora siamo al 3%. Segnale che gli investitori iniziano ad intravedere un pivot all'orizzonte anche per la politica aggressiva della Bce.Un caso a parte per la Bank of England, che dopo aver avviato un tightening è stata invitata a fare retromarcia per non mandare in tilt il sistema dei fondi pensione. Nel Regno Unito è ancora forte la componente del retributivo e i fondi pensione pesano per il 120% sul Pil, molto più che negli altri Paesi europei.

Se i fondi sono costretti a mettere a bilancio il valore a mercato delle obbligazioni anche se in realtà intendono portarle a scadenza, considerato l'anno nero dei bond il default è dietro l'angolo. Ecco perché la BoE sta camminando su un ponte di cristallo. Ma rischia di non essere l'unica ad essere costretti a fare easing mentre i manuali di economia le consiglierebbero di fare il contrario. Il sistema è fragile, il debito globale è tre volte superiore rispetto a quello che precedette l'ultima grande crisi finanziaria del 2008. E non può certo permettersi tassi elevati per molti mesi. Ecco perché quella delle banche centrali è una lotta contro il tempo.


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