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Banche centrali, in dieci anni un bazooka da 15mila miliardi

di Vito Lops


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(REUTERS/Kai Pfaffenbach)

4' di lettura

Se in questi giorni i banchieri centrali hanno il mal di testa non c’è da stupirsi. Perché hanno un cruccio non da poco: sono chiamati a scegliere tra due opzioni, delle quali nessuna però è in grado di assicurare sulla carta quella stabilità dei prezzi che esse perseguono. Il dilemma di fondo è se proseguire con il “new normal” - la nuova era di politiche monetarie ultra-accomodanti - oppure stravolgere il sistema finanziario creando una valuta globale di ultima istanza che si ponga come alternativa al dollaro.

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Mick Carney, il canadese che da sette anni guida la Bank of England, propende per la seconda soluzione. Dal simposio di Jackson Hole, conclusosi lo scorso week end, ha spiazzato tutti annunciando che è arrivato il tempo di rimpiazzare il biglietto verde come valuta di riserva internazionale. Il motivo? «L’elevata incertezza economica insieme al protezionismo potrebbero creare shock negativi che potrebbero non essere adeguatamente contrastati a causa dello spazio limitato di azione che sta esacerbando le forze disinflazionistiche».

Nell’attesa di capire se la seconda strada sarà perseguita le grandi banche centrali si stanno adoperando per una nuova dose di stimoli monetari. Stanno spingendo sul “new normal”. La Federal Reserve ha interrotto a luglio una serie di nove rialzi consecutivi dei tassi - avviata a dicembre 2015 - tagliando di 25 punti base il costo del denaro. Gli investitori scontano in questo momento altri due tagli entro fine anno e altri due nel 2020. Per un totale di 100 punti base, quanto chiesto a gran voce dal presidente Donald Trump che, in barba alla separazione dei poteri tra politica monetaria e politica fiscale, non manca di mandare frecciate al governatore della Fed Jerome Powell affinché tagli i tassi e «faccia anche un po’ di quantitative easing».

L’ESPANSIONE DEI BILANCI DELLE PRIME 5 BANCHE CENTRALI

(Fonte: bilanci delle banche centrali)

L’ESPANSIONE DEI BILANCI DELLE PRIME 5 BANCHE CENTRALI

A settembre (giovedì 12) la Bce con ogni probabilità annuncerà nuovi stimoli. Gli operatori si aspettano una nuova asta T-Ltro (Targeted long term refinancing operations) in favore delle banche, un ulteriore taglio del tasso sui depositi (che da 64 mesi viaggia sottozero e da marzo 2016 è addirittura a -0,4%) e una ripresa dell’acquisto di titoli sui mercati aperti (operazione chiamata dagli addetti ai lavori quantitative easing) per una cifra che potrebbe ammontare a 50 miliardi di euro al mese. Senza dimenticare l’operato della Bank of Japan che da anni addirittura monetizza il deficit acquistando titoli (non solo bond ma anche Etf azionari) pari al 6-7% del deficit annuo.

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Il punto è che questa nuova ondata espansiva arriverà in un contesto finanziario globale già drogato da un decennio di manica larga. Basti pensare che nel 2008 - poco prima che la Fed e la Bank of England avviassero il quantitative easing come risposta alla crisi finanziaria innescata dallo scoppio della bolla dei derivati subprime - i bilanci delle banche centrali del G4 (Usa, Eurozona, Regno Unito e Giappone) non raggiungevano sommati i 1.000 miliardi di dollari. Oggi, a furia di “stampare moneta” quei bilanci sono balzati del 1.400%, raggiungendo un controvalore aggregato di 15mila miliardi di dollari. Se poi inseriamo nel calcolo la Bank of China - che in 10 anni ha più che raddoppiato i propri attivi per sostenere l’economia che rallenta - arriviamo alla soglia dei 20mila miliardi di dollari.

LO SPACCATO DEI BILANCI DELLE BANCHE CENTRALI

(Fonte: bilanci delle banche centrali)

LO SPACCATO DEI BILANCI DELLE BANCHE CENTRALI

Rapportando i bilanci al Pil delle rispettive aree si ottengono dati ancora più eclatanti. A questo punto si scopre che la Bank of Japan gioca fuori contesto: il suo bilancio vale più del Pil nipponico (103%). Questo dato conferma che dalle parti di Tokyo il confine tra politica monetaria e politica fiscale non esiste e che la banca centrale compie quotidianamente una manutenzione della curva del debito per mantenere i tassi a livello desiderato.

IL PESO DEI BILANCI DELLE BANCHE CENTRALI

IL PESO DEI BILANCI DELLE BANCHE CENTRALI

Al secondo posto della classifica di chi ha “stampato di più in relazione ai propri mezzi” non c’è , come si potrebbe tendere a credere, la Federal Reserve (la prima ad agire dopo la crisi subprime). Gli attivi della Fed valgono il 18% del Pil Usa mentre quelli della Bce sono balzati al 44%, molto più anche del 27% della Bank of England.

I miliardi iniettati dalle banche centrali nell’ultimo decennio hanno algebricamente creato una bolla sui titoli obbligazionari. Prima del 2009 non esistevano obbligazioni con tassi negativi. Oggi il controvalore dei bond governativi globali con tassi sottozero - dove il debitore riceve paradossalmente dal creditore gli interessi anziché pagarli - si aggira intorno ai 15mila miliardi di dollari, non a caso l’ammontare di cui si sono espansi nel frattempo i bilanci delle prime banche centrali del pianeta.

E a che punto sono le prospettive di inflazione nonostante questo sforzo espansionistico sinora mai visto delle banche centrali? Nell’Eurozona l’inflazione nei prossimi 10 anni è “vista” all’1,2%, lontanissima dall’obiettivo del 2%. Negli Stati Uniti le cose vanno leggermente meglio (1,9%). E in Giappone sempre peggio (0,1%). Ecco perché c’è chi come Carney si è sbilanciato proponendo una nuova radicale ricetta (che ricalca in parte la proposta del bancor di John Maynard Keynes) anziché ripetere quella stessa che in due lustri, a conti fatti, ha creato una grande bolla - quella dei debiti sovrani a tassi negativi - ma non è riuscita più di tanto a scuotere l’economia globale dal pericoloso torpore della bassa inflazione.

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