Falchi & COLOMBE

Banche centrali, politica e cavalli di troia

di Donato Masciandaro

Nuova sede della Banca Centrale Europea (Agf)

3' di lettura

La temperatura dei rapporti tra i politici e i banchieri centrali è destinata a salire. In questi giorni – a Washington, come a Bruxelles, come a Roma – il cavallo di Troia che veicola la pressione della politica è il tema delle nomine dei vertici delle banche centrali. In realtà i termometri per misurare il surriscaldamento climatico intorno alla politica monetaria e bancaria sono diversi. È facile prevedere che nei prossimi tempi ne vedremo un ampio utilizzo.

Il punto di partenza è una previsione: ci sarà un aumento delle tensioni tra i politici e i banchieri centrali perché il ciclo macroeconomico presenta come tratto distintivo l’incertezza, mentre quello politico – in più di un’area geografica – sarà caratterizzato da appuntamenti rilevanti. Partendo dal dato macroeconomico, c’è un consenso unanime sul fatto che i prossimi tempi saranno caratterizzati da un’incertezza destinata a divenire l’elemento cruciale su cui disegnare la politica monetaria e bancaria.

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Rispetto a tale disegno ci possono essere due prospettive. La prima è quella delle banche centrali: sappiamo che ci sarà incertezza, non sappiamo quali e quanti saranno i focolai, né le conseguenze rilevanti. La strategia di politica monetaria assume pertanto un orizzonte di medio periodo, e la parola chiave diviene «prudenza». Tale prospettiva e il correlato orizzonte temporale sono fisiologicamente legati alle banche centrali, che sono state rese indipendenti dalla politica proprio per evitare scelte miopi. È vero che la prudenza può essere dettata anche da motivi legati dall’assetto di governo delle banche centrali, o da considerazioni opportunistiche di singoli banchieri; ma qualunque sia il movente, il dato non cambia: le banche centrali indipendenti tendono a essere conservative. Per cui Mario Draghi (Bce), come Jerome Powell (Fed), come Urjit Patel – il governatore della Reserve bank of India (Rbi), dimessosi lo scorso dicembre – possono avere un’avversione al rischio che ai politici, può apparire eccessiva

La prospettiva opposta è invece quella che caratterizza i governi in carica, e in generale i politici. Le lenti attraverso cui vengono letti i dati possono essere di due tipi. Uno è quello del ciclo elettorale. Chi si sta avvicinando a elezioni – come è il caso di Donald Trump negli Stati Uniti e di Narendra Modi in India – non può sopportare che l’incertezza venga affrontata con la prudenza: la politica monetaria deve essere espansiva per ragioni elettorali, a prescindere dall’analisi macroeconomica. Un secondo tipo di lente è quella ideologica: soprattutto nei movimenti sovranisti e populisti le autorità indipendenti – in generale, e monetarie in particolare – sono osteggiate. La ragione è semplice: tali autorità, i cosiddetti veto player, non consentono le politiche – redistributive e/o miopi – che non sono compatibili con la stabilità monetaria e finanziaria di più lungo periodo.

Per cui i tentativi di normalizzazione della politica monetaria sono destinati ad aumentare le pressioni dei politici sulle banche centrali. Questo tipo di sollecitazione è un indicatore di instabilità e quindi – soprattutto in un periodo di incertezza macroeconomica – tende ad avere una valenza negativa.

La pressione politica può essere esercitata in tre modi. Quello più duro consiste nel cambiare le regole, così da rendere le banche centrali meno indipendenti. O almeno provare a cambiarle, proprio per esercitare un’influenza. Ad esempio, come sta avvenendo in Italia, provare a ridurre la credibilità dell’azione monetaria discutendo – in più in modo ipertrofico rispetto alla sua rilevanza – il tema delle riserve auree della Banca d’Italia. Il secondo metodo è quello di non toccare le regole, ma intervenire sulle persone, attraverso il meccanismo delle nomine. È quello che sta facendo Trump: i due ultimi nomi proposti dal Presidente per il consiglio della Fed – prima Stephen Moore, poi Herman Caine – sono stati accolti da un unanime dissenso, alla luce dei rispettivi profili professionali. È quello che ha fatto Modi. L’obiettivo è esercitare una pressione indiretta sulla banca centrale, ma comunque efficace. Ci spera Trump, ci è riuscito Modi: il nuovo governatore della Rbi Shaktikanta Das giovedì ha abbassato di 25 punti base i tassi di interesse, dopo averli già ridotti di 25 punti base a febbraio. Avendo la pressione politica effetti negativi, ci si deve allora augurare che l’atteggiamento del governo Conte rispetto alle nomine in Via Nazionale non entri nelle casistiche sopra citate. La terza modalità di pressione politica consiste nel non cambiare né le regole né le persone, ma nell’aggredire, direttamente o indirettamente, o la banca centrale o i suoi rappresentanti con fatti e parole. Per più di una ragione è la modalità più iniqua. Il nostro Paese ha dato esempi nefasti e terribili in passato: si ricordino per tutti gli eroi borghesi Paolo Baffi e Mario Sarcinelli.

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