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Banche centrali sul terreno scivoloso delle aspettative

La decisione della Bce di contrastare la recente impennata inflazionistica con un robusto rialzo dei tassi di riferimento, accompagnato dall’impegno a dimezzare l’acquisto delle nuove emissioni di debito pubblico dei Paesi membri, ha risollevato il dibattito sull’inefficacia

di Fabrizio Onida

3' di lettura

La decisione della Bce di contrastare la recente impennata inflazionistica con un robusto rialzo dei tassi di riferimento, accompagnato dall’impegno a dimezzare l’acquisto delle nuove emissioni di debito pubblico dei Paesi membri, ha risollevato il dibattito sull’inefficacia, se non la pericolosità, di una politica monetaria che alza il costo del denaro in presenza di un’inflazione originata dal rincaro dei costi dell’offerta. All’interno del governo Meloni (Crosetto: una decisione «insensata»; Salvini: il rincaro dei mutui a tasso variabile espone i mutuatari a «distruzione del risparmio») non sono mancate le voci che hanno criticato la mossa della Bce, che peraltro è in linea con quelle delle banche centrali di Stati Uniti, Regno Unito e Svizzera. Con linguaggio meno aggressivo, anche Macron si è unito al coro delle critiche. Ma è proprio vero che una politica monetaria restrittiva non va bene in presenza di inflazione da costi?

Innanzi tutto, l’inevitabile e politicamente costoso impatto deflattivo sulla domanda finale, provocato dal nuovo corso delle politiche monetarie, opera indirettamente da calmiere sul lato dell’offerta, nella misura in cui il trasferimento dei rincari-shock a monte sui prezzi al consumo è frenato proprio dalle aspettative degli intermediari grossisti sulla domanda finale. Ed è proprio sul terreno scivoloso delle aspettative che si gioca l’efficacia delle decisioni di politica economica.

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Nonostante ripetute raccomandazioni da parte di autorevoli economisti di ispirazione più o meno monetarista, gli annunci delle banche centrali sui propri futuri comportamenti (trasparenza, credibilità, affidabilità) non bastano a stabilizzare le aspettative dei mercati. Scrive un caustico editoriale del «Financial Times»: «Se le banche centrali decidono di cambiare gli obiettivi precedentemente annunciati, perché bisogna credergli quando fanno la dichiarazione successiva?». Peraltro nel mondo dei banchieri centrali si registra tutto fuorché unanimità nel giudizio sulla linea da seguire nell’attuale congiuntura economica. Resta imponderabile anche la risposta dei salari alla fiammata inflazionistica: risposta che – come in Italia abbiamo sperimentato prima e dopo l’ingresso nell’euro – resta la variabile chiave per segnare il successo o l’insuccesso della cosiddetta politica dei redditi (Ciampi).

Non contribuisce a rassicurare l’opinione pubblica l’osservazione di Paul Krugman (Nyt del 12 dicembre) che non riusciamo a catturare, dalle sempre più disponibili e assai volatili statistiche sui prezzi, la stima della componente «strutturale» dell’inflazione separata da quella volatile.

Parlando di dilemma delle politiche monetarie attuali circa la durata prevedibile nei prossimi trimestri del nuovo corso di restrizione dopo il lungo periodo di tassi d’interesse nominali bassi fino a toccare tassi d’interesse reale negativi, Larry Summers scomoda l’analogia clinica fra una terapia antibiotica, che prosegue nel tempo anche quando il paziente mostra di star bene, e una terapia aggressiva a base di corticosteroidi che rischia di danneggiare l’intero sistema immunitario.

Sono sempre illuminanti le osservazioni di John Maynard Keynes nella sua Teoria generale (1936). «Lo stato delle aspettative è soggetto a costanti mutamenti, di modo che le nuove aspettative si sovrappongono alle vecchie molto prima che queste ultime abbiano prodotto tutti i loro effetti (…) la revisione delle aspettative a breve termine è un processo graduale e continuo basato in larga misura sui risultati conseguiti, cosicché risultati attesi e risultati conseguiti si influenzano e si sovrappongono a vicenda (…) le aspettative a lungo termine sono soggette a revisioni improvvise» (cap. 5). E ancora, nel cap. 12 «Stiamo semplicemente ricordando a noi stessi che le decisioni umane riguardanti il futuro, sia esso personale o politico o economico, non possono fondarsi su una rigorosa aspettativa matematica perché mancano le basi per un calcolo del genere, e che è il nostro innato stimolo all’azione a far girare il mondo, con la nostra parte razionale. (...)

Se mi è consentito adoperare il termine “speculazione” per l’attività che consiste nel prevedere la psicologia del mercato, e il termine “intraprendenza” per l’attività che consiste nel prevedere il rendimento prospettico dei beni capitali nel corso della loro vita, non è sempre vero che la speculazione predomini sull’intraprendenza. Nondimeno, quanto più è perfezionata l’organizzazione dei mercati finanziari, tanto più aumenta il rischio che la speculazione prevalga sull’intraprendenza (…) Gli speculatori possono non essere dannosi se sono come bolle di superficie nel flusso continuo dell’intraprendenza. Ma il problema diventa serio se è l’intraprendenza a diventare una bolla di superficie nel vortice della speculazione». Sono parole che andrebbero meditate anche dagli adepti alle criptovalute.

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