Interventi

Banche, le crisi non possono minare l’autonomia di Bankitalia

Eventuali omissioni non autorizzano ingerenze da parte della politica

di Francesco Capriglione

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Eventuali omissioni non autorizzano ingerenze da parte della politica


4' di lettura

La vicenda che in questi giorni interessa la Banca Popolare di Bari presenta risvolti meritevoli di approfondimento. L’emersione di gravi perdite patrimoniali (causate da condotte inadeguate del management aziendale) è alla base di molteplici critiche estese anche ai vertici dell’ordinamento creditizio. Da qui la configurabilità di una crisi di sistema, che incide anche sulla reputazione dell’Organo di vigilanza nazionale e, più in generale, sulla credibilità del nostro Paese.

Non mi soffermo a valutare i profili penali concernenti tale evento, rimessi al vaglio della magistratura; fermo restando che gli eventuali responsabili restano obbligati sul piano civilistico e sottoposti alle sanzioni della disciplina speciale bancaria.

Per converso, ritengo opportuno analizzare le censure mosse alla Banca d’Italia con riguardo a presunte omissioni nell’intervento della Popolare di Bari nel salvataggio della Tercas. Talune notizie diffuse dai media pongono l’accento sulla particolare “vicinanza” dell’autorità di supervisione all’ente creditizio pugliese, desumendo una linea operativa non conforme al criterio di una necessaria equidistanza dell’autorità dagli appartenenti al settore.

Tale critica rende ipotizzabile un intervento della politica volto a limitare l’indipendenza della Banca d’Italia; come del resto è già avvenuto in altre occasioni (e mi riferisco agli episodi che hanno coinvolto i governatori Baffi, nel 1979, e Fazio nel 2005). Pertanto, quel che qui mi preme segnalare sono le ragioni di un modus procedendi dell’organo di vigilanza, che solo in apparenza può essere considerato distonico.

Al riguardo va fatto presente che tradizionalmente la Banca d’Italia ha “governato” gli enti creditizi con un atteggiamento partecipativo alle vicende dei medesimi. Non a caso parte della dottrina ha qualificato tale istituzione come “ente esponenziale” del settore bancario; donde l’esercizio dello strumento della moral suasion che – secondo un’unanime opinione degli studiosi – rappresentava un “controllo informale” in grado di assolvere a un’esigenza di vicinanza (ai soggetti vigilati) coerente con l’impianto della disciplina speciale. Sicché, l’utilizzo di tale strumento ha consentito all’autorità di evitare la “inosservanza” delle regole, essendo il medesimo mirato a conseguire unicamente l’equilibrio sistemico.

Sotto altro profilo, rileva l’interpretazione data al principio della “sana e prudente gestione”, a fondamento della supervisione bancaria. Esso è stato inquadrato in una logica macrosistemica che ha indotto a ricercare adeguate soluzioni alle problematiche dei singoli enti creditizi in crisi promuovendo l’intervento di altri intermediari. È stato, per tal via, perseguito l’obiettivo della crescita del sistema bancario attraverso forme di coesione (tra i suoi appartenenti) fondate su un criterio di solidarietà. In tale contesto si colloca la cosiddetta attività di “razionalizzazione”, a lungo praticata dai vertici del settore, con cui sono state sollecitate incorporazioni di banche commissariate da parte di altre in bonis; prassi riconducibile al noto fenomeno della socializzazione delle perdite, grazie al quale il superamento di gravi dissesti bancari è avvenuto in modalità non traumatiche e, dunque, senza le implicazioni negative che al presente si riscontrano nella gestione delle crisi.

Alla luce di quanto precede è possibile tentare un’ipotesi interpretativa della realtà in osservazione, avendo riguardo alla normativa emanata in sede Ue negli ultimi anni.

Rilevano, infatti, lo spostamento alla Bce della supervisione bancaria (con conseguente perdita della moral suasion), nonché la sostituzione (nella gestione delle crisi bancarie) del modello bail-out con quello dell’internalizzazione delle perdite. Ciò ha determinato un cambiamento dei meccanismi di vigilanza caratterizzato dalla “complessità”, donde le difficoltà operative incontrate dalla nostra autorità nazionale. Quest’ultima sembra abbia sofferto di una crisi identitaria che, purtroppo, si è tradotta ora in un atteggiamento dimissionario (è il caso del supporto dato alla costituzione dei gruppi bancari cooperativi) ora in “ritardi” nell’azione, riconosciuti dallo stesso governatore Visco (intervento alla Giornata mondiale del risparmio del 2017). Da qui gli ostacoli a una rapida conclusione delle crisi bancarie, per cui si è reso necessario l’intervento del legislatore a differenza di quanto avveniva nel passato. Significativo in proposito è il riscontro di quanto è accaduto nei casi delle quattro banche, delle due popolari venete, di Carige e ora della Popolare di Bari; fattispecie caratterizzate per l’appunto da interventi del regolatore che, nel disporre variegate forme di salvataggio, ha mostrato una propensione verso l’incremento dimensionale degli appartenenti al settore del credito, controfunzionale rispetto alla frammentazione del rischio (indispensabile, secondo la dottrina economica, per la stabilità sistemica).

Con particolare riferimento alla situazione della Popolare di Bari, la sua trasformazione in banca pubblica desta perplessità in quanto riapre la problematica di una pregnante presenza della politica nel governo degli enti creditizi; problematica superata dalla legge Amato (l. 218/1990) che ha segnato un importante traguardo nell’evoluzione del nostro ordinamento bancario.

In tale scenario, a fronte di una sommaria condanna dell’autorità di settore, è opportuno ricercare congrue soluzioni che evitino per l’avvenire il ripetersi di accadimenti destinati a minare la reputazione della Banca d’Italia. È appena il caso di sottolineare che l’indipendenza di tale istituzione potrebbe essere, a seguito della vicenda in esame, limitata con gravi forme di ingerenza della politica anche nella definizione del suo apparato. Per vero la sua autonomia si alimenta dell’alta qualificazione tecnica del suo agere e dell’autorevolezza a essa riconosciuta in ragione di un’irreprensibile linea di condotta; elementi che ne consentono l’inquadramento in un ambito contraddistinto dalla generalizzata fiducia da parte della società civile.

Va da sé che l’adozione di adeguate soluzioni strategiche è rimessa unicamente all’Organo di supervisione. Non può tacersi, peraltro, che orientati nella direzione di un’auspicabile innovazione operativa appaiono il recupero di un più intenso rapporto con l’autorità politica (realizzabile mediante una rivitalizzazione delle funzioni del Cicr), nonché una maggiore completezza nelle motivazioni dei provvedimenti (che contemplino, cioè, anche le cause di eventuali ritardi interventistici). Parimenti utile potrebbe ritenersi l’integrazione dell’attuale qualificato staff di consulenti giuridici della Banca d’Italia mediante il coinvolgimento di professionalità rinvenibili nei massimi organi consultivi del Paese.

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