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Banche e Fase2: a rischio 80 miliardi di Utp esclusi dalle garanzie del Decreto liquidità

Torcellan (Oliver Wyman): «Se questi crediti a rischio si trasformano in Npl possono avere per i conti delle banche un impatto negativo compreso tra i 15 e i 20 miliardi». Per salvare le imprese in crisi l’ipotesi di fondi settoriali di turnaround

di Alessandro Graziani

(ANSA)

2' di lettura

Le imprese che erano in bonis prima dell’inizio della crisi sono alle prese con le difficoltà della riapertura e con il complesso meccanismo dei prestiti garantiti dallo Stato per la liquidita. Garanzie che non comprendono quelle imprese che già a inizio anno erano in difficoltà e i cui crediti erano classificati dalle banche come incagli o, secondo la definizione degli ultimi anni, come Unlikely-to-Pay (Utp).

Aziende che già erano in crisi e che non potranno accedere alla liquidità dello Stato, che prospettive hanno? «C’è un rischio enorme per il settore bancario ma anche un serio problema industriale che, proprio perché si tratta di aziende che già erano in difficoltà, va affrontato con urgenza», spiega Claudio Torcellan, partner della società di consulenza Oliver Wyman che ha stimato le potenziali perdite per le banche italiane.

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«Il valore degli Utp che sono del tutto scoperti dalle nuove garanzie di Stato ammonta a 80 miliardi - spiega Torcellan - e se questi crediti si trasformano in Npl possono avere per i conti delle banche un impatto negativo compreso tra i 15 e i 20 miliardi».

Una possibile soluzione, da attivare nel minor tempo possibile, è di avviare un piano di ristrutturazione degli Utp. «Serve una rapida mappatura dei vari settori di imprese coinvolte e poi la creazione di fondi settoriali di turnaround che investano nel rilancio delle Pmi», propongono da Oliver Wyman.

Il tema della necessità di capitale riguarda vari settori dell’economia, non solo le aziende che già erano bancariamente Utp, e in questi giorni ferve il dibattito sulle opportunità e modalità di un possibile intervento dello Stato. «Anche in quest caso è necessaria una attenta analisi delle vulnerabilità dei vari settori e, considerando che le risorse dello Stato non sono infinite, selezionare settori e aziende che possono resistere alla crisi. Ed è preferibile agire non con prestiti dello Stato, ma con interventi rapidi a fondo perduto sull’esempio di quanto è stato fatto in altri Paesi europei a partire da Francia e Germania».

Il rapporto diretto tra banche e imprese è destinato ad allentarsi post crisi? «In Italia siamo arrivati alla crisi con una eccessiva dipendenza delle imprese, anche di quelle sane, dal credito bancario. Ridurre la dipendenza dalle banche si può facendo, per esempio ricorso, a strumenti come le commercial paper che in Francia già rappresentano un mercato da 50 miliardi. Anche la Vigilanza Bce lo sta incentivando, con i recenti allentamenti dei collaterali richiesti. È certamente un mercato che si sta aprendo e che va sfruttato».

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