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Banche e rischio recessione: gli effetti negativi del denaro a basso costo

Gli effetti collaterali e gli obiettivi mancati dello stimolo monetario

di Maximilian Cellino


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3' di lettura

Si fa presto a parlare di «stimolo monetario». I miliardi di euro, dollari, sterline o yen iniettati per evitare la deriva del mondo della finanza e che hanno gonfiato i bilanci delle Banche centrali mondiali fino a sfiorare l’equivalente di 20mila miliardi di dollari (19,6 trilioni, secondo le stime di Yardeni Research) sono ovviamente accompagnati da effetti collaterali e spesso non riescono a cogliere nel segno, non vanno cioè a risolvere i problemi che sono stati chiamati ad affrontare.

Quando si parla delle controindicazioni di almeno dieci anni di denaro a basso costo (in Europa e altrove) viene spontaneo pensare alle conseguenze subite dalle banche, la cura della cui salute è stata poi la ragione dell’iniezione di una buona dose di medicine nel sistema. Si è pensato in questo caso molto a rafforzare il patrimonio degli istituti di credito, meno a far loro recuperare redditività e i tassi negativi zavorrano i margini, impedendo ai titoli quotati in Borsa di tenere il passo del resto dei listini, soprattutto in Europa.

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«Con un numero indefinito di società investment grade in grado ora di emettere debito a rendimenti molto bassi o addirittura negativi per via dei programmi di acquisto della Bce, le banche europee fanno molta fatica», spiega Tad Rivelle, capo degli investimenti sul reddito fisso di Tcw, notando anche come «molti dei principali istituti quotino a sconto rispetto al book value». Prendendo come punto di partenza il marzo 2009, data di avvio del rally azionario tutt’ora in corso, si scopre in effetti che le banche europee hanno sì recuperato circa il 45%, ma il loro valore resta ancora un quarto di quello precrisi. E che soprattutto gli indici presi nel complesso hanno da allora più che raddoppiato i valori grazie a un guadagno del 125% (e del 170% a livello globale).

Fin qui il passato, o tutt’al più il presente. Quando si guarda però a dove in realtà è finito il denaro pompato dalle Banche centrali e si considerano i possibili costi occulti futuri la situazione si fa più inquietante. In Europa, come si vede nel grafico qui sotto, e ancora di più in Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada o Australia, l’economia reale (cioè il Pil) ha beneficiato in parte residuale delle misure. Emerge invece in modo evidente un aumento del valore delle azioni e soprattutto un sensibile incremento del debito di famiglie e imprese.

«L’esperimento delle Banche centrali con i tassi negativi e l’espansione dei bilanci - conferma Rivelle - ha aumentato in modo sproporzionato i prezzi degli asset rispetto alle metriche sul reddito, cioè il Pil, con la conseguenza che il debito e il valore di queste attività sono cresciute ovunque in maniera rapida e sincronizzata, ricreando molte delle condizioni per uno scoppio della bolla sul credito». L’allarme non suona certo come una novità, e anzi si ripete da anni senza che per il momento si siano viste le conseguenze che si temono.

LO STIMOLO MANCATO
LO STIMOLO MANCATO
LO STIMOLO MANCATO

Continuando a tirare la corda le Banche centrali aumentano però al tempo stesso il rischio di costi occulti che, per dirla con le parole di Rivelle, «potrebbero manifestarsi attraverso un crollo dei valori azionari o tramite ristrutturazioni del debito e fallimenti tali da comportare perdite per trilioni di dollari». Finora Fed, Bce e le altre sono riuscite a tenere la situazione sotto controllo, l’augurio è che non facciano la classica fine dell’apprendista stregone.

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    Maximilian CellinoRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: italiano, inglese, tedesco

    Argomenti: Mercati finanziari, politiche monetarie, risparmio gestito, investimenti, fonti alternative di finanziamento, regolamento del sistema finanziario

    Premi: Premio State Street 2017 per il giornalista dell'anno - Categoria Innovazione

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