Crediti e solvibilità

Banche più attente a Npl e fondamentali per aiutare la ripresa

di Andrea Bonechi

(utah778 - stock.adobe.com)

3' di lettura

Dall’angolo visuale dei professionisti, è facile prevedere che i nuovi finanziamenti, attivati a copertura delle perdite intervenute nella fase emergenziale e non per finanziare nuovi investimenti, unitamente alla naturale incertezza generata dalla crisi pandemica, renderanno incerte e meno attendibili le valutazioni prospettiche sulla sostenibilità del debito e incerte e meno verificabili le ipotesi sottostanti ai piani previsionali delle imprese.

Prima deduzione: se le misure governative e gli interventi di erogazione del credito delle banche sono stati volti ad acquistare tempo (ancorché non certo a buon mercato visto l’incremento esponenziale del debito pubblico), superata la fase emergenziale si dovrà andare ben oltre e ciò richiede una innovativa revisione dei tradizionali criteri di valutazione del rischio. Con una terminologia vezzeggiativa (al solo e confessato scopo di attrarre la curiosità del lettore!) mi appello all’esigenza di una valutazione del merito creditizio “valorosa” che dia la più ampia considerazione dunque ai valori non espressi direttamente dai dati contabili e neppure extra contabili, bensì dall’analisi (fondamentale) delle determinanti della capacità di reddito, delle prospettive di crescita e dei profili di rischio dell’impresa. Ma “valoroso” indica anche coraggio, provate capacità, efficacia, tre qualità che dovranno permeare l’auspicata revisione innovativa dell’operato bancario.

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Verosimilmente, rebus sic stantibus, con gli attuali criteri di valutazione delle imprese, dei loro piani industriali, dei loro piani di ristrutturazione e, in definitiva, del loro rischio di credito non si potrebbe che aspettarsi un razionamento del credito che a sua volta rallenterebbe le prospettive di ripresa (secondo stime della Banca d’Italia 2020, la riduzione del Pil di un punto percentuale comporta un aumento dei crediti deteriorati verso le imprese pari allo 0,2% del totale dei prestiti in bonis), alimentando, dunque un circolo vizioso.

Seconda deduzione: se alte giacenze di crediti deteriorati limitassero la capacità di erogazione del credito delle banche, la prospettiva, da molti paventata, di un incremento dei crediti deteriorati, o Npl, nel medio periodo chiuderebbe ogni discussione circa la capacità del sistema bancario di sostenere la ripresa.

Ma è inconfutabile che le imprese in difficoltà non siano identificabili negli Npl, perché questi ultimi, come noto, includono tanto i prestiti a imprese di acclarata insolvenza, quanto i prestiti a imprese ancora operanti, che possono, se correttamente gestite, tornare in bonis. Dalle evidenze disponibili presso la Banca d’Italia, è invero noto che una parte maggioritaria degli Npl concessi a imprese in difficoltà torna in bonis dopo qualche tempo, segno che una parte non trascurabile delle aziende possiede valori sottostanti le evidenze contabili (e dunque “valorosi”).

Gli Npl inoltre, una volta ceduti, innescano le procedure di recupero del credito da parte degli operatori acquirenti che agiscono prevalentemente su ristrutturazione e vendita della sottostante garanzia. In nessun caso è data possibilità al debitore di rientrare nel normale processo di ammortamento del debito, talché l’insolvenza viene quasi inevitabilmente a decretarsi. Se gli Npl ceduti riguardano indiscriminatamente imprese insolventi e imprese che avrebbero invece ancora elementi di valore capaci di farle tornare in bonis, si può ben capire il danno incipiente cui si rischia di andare incontro.

Gli stringenti vincoli connessi al calendar provising (che obbliga le banche a rivedere strategie e modalità̀ di gestione delle non-performing exposures a fronte degli accantonamenti predefiniti sui nuovi flussi) e più nel particolare al minimum loss coverage introdotto dal Regolamento Ue 630/2019 (in cui si fornisce una definizione specifica di Npl, degli importi minimi di copertura, e le componenti per il calcolo del provisioning, adottando il principio di prudential backstop), potranno essere assolti dagli esiti positivi che possano derivare dalla miglior gestione a monte degli stessi crediti rispetto all’accantonamento di perdite presunte.

In conclusione, se vogliamo credere che comparto bancario (non sistema, dopo la legge bancaria del 1992) possa sostenere la ripresa occorre anche credere che, da un primo lato sappia adeguare i criteri di valutazione del merito creditizio attraverso l’analisi dei fondamentali delle imprese, da un secondo lato, ancora partendo dall’analisi fondamentale, sia capace di procedere nella gestione futura degli Npl (quelli che si genereranno dalla attuale crisi da andemia) in senso assai più “chirurgico” rispetto alle massive “amputazioni” effettuate nel periodo 2012-2017.

Vicepresidente ACBGroup Spa

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