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Popolari, per l’Avvocato Ue le norme del 2015 non violano il diritto dell’Unione

Il caso nasce dall’impugnazione di atti di Bankitalia da parte di alcuni soci, Abusdef e Federconsumatori. L’attivo non può superare gli 8 miliardi di euro


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(Adobe Stock)

3' di lettura

Le norme italiane del 2015 sulle banche popolari non violano il diritto dell’Unione. È questa l’indicazione dell’Avvocato generale Gerard Hogan sul caso originato dall’impugnazione da parte di alcuni soci di banche popolari, Abusdef e Federconsumatori presso il Tar Lazio di alcuni atti della Banca d’Italia per attuare il dl sulle misure urgenti per il sistema bancario e gli investimenti. In base a tale normativa l’attivo delle banche popolari non può superare gli 8 miliardi di euro. L’Avvocato generale rileva che «il diritto dell'Unione non impone né osta a una normativa nazionale che prescrive la predetta soglia di attivo di 8 miliardi di euro» e che una «tale limitazione appare giustificata dalla finalità di garantire una sana governance e la stabilità del settore bancario nel suo complesso in Italia e, in particolare, del settore bancario cooperativo».

Secondo la norma italiana, se l’attivo supera gli 8 miliardi di euro, la banca dovrà ridurlo oppure procedere, alternativamente, alla trasformazione in società per azioni o alla liquidazione. In questo modo, il legislatore italiano, affermando l’obiettivo di miglioramento della governance delle banche, tende, da un lato, ad eliminare il limite al possesso del capitale delle banche (nelle banche popolari, infatti, le quote investite da ogni socio non possono superare lo 0,5% del capitale sociale) e, dall’altro, a ricondurre il sistema bancario al principio per cui il voto di un azionista pesa in modo proporzionale al capitale posseduto (maggiore è il numero di azioni, più conta il voto di quell'azionista), mentre nelle banche popolari vale il principio “una testa, un voto”. La nuova normativa italiana prevede inoltre che, in caso di recesso di uno dei soci in occasione della trasformazione di una banca popolare in società per azioni, il suo diritto al rimborso delle azioni può essere limitato, anche totalmente e anche a tempo indeterminato, ove ciò sia necessario ad assicurare che il capitale della banca sia sufficiente ad evitare un default.
I ricorrenti ritengono che tale sistema danneggi soltanto i piccoli investitori, quali i soci delle banche popolari, e che consentire a una banca popolare trasformata in società per azioni di rinviare il rimborso delle azioni detenute da un socio per un periodo illimitato e di limitarne in tutto o in parte l’importo equivalga, di fatto, ad una espropriazione senza indennizzo. Nel 2016 il Tar Lazio aveva respinto il ricorso. Nel frattempo, le banche popolari italiane si sono tutte adeguate alla riforma, tranne due (la Banca Popolare di Sondrio e Banca Popolare di Bari). Però, alcuni soci di banche popolari, l’Adusbef e la Federconsumatori hanno appellato la sentenza del Tar davanti al Consiglio di Stato, che ha sollevato questione di legittimità costituzionale, sotto diversi profili, relativamente al d.l. n. 3/2015. La Corte Costituzionale, nel 2018, ha dichiarato non fondate le questioni di legittimità costituzionale. Il Consiglio di Stato, quindi, ha ritenuto di dover promuovere un procedimento pregiudiziale dinnanzi alla Corte di giustizia affinché chiarisca se la normativa nazionale sia compatibile con le norme Ue. C
L’Avvocato generale rileva che la soglia «implica certamente una restrizione tanto alla libertà di stabilimento quanto alla libera circolazione dei capitali e può ridurre l'interesse degli investitori in Italia, in altri Stati membri e anche in Stati terzi ad acquisire una partecipazione nel capitale di una banca popolare. Tuttavia, tale limitazione è giustificata per garantire una sana governance e la stabilità del settore bancario». Quanto ai limiti al rimborso delle azioni sin tanto che la banca popolare trasformata in spa non sia “messa in sicurezza”, l'Avvocato generale osserva che «il legislatore europeo ha ritenuto che l'interesse pubblico a garantire un'opportuna salvaguardia prudenziale nei confronti dell'ente creditizio interessato sia prevalente rispetto agli interessi privati dei soci che intendono ottenere il rimborso delle proprie azioni». Tale disciplina, inoltre, non crea, secondo l'Avvocato generale, un sistema di aiuti di Stato in quanto le risorse in questione non sono di natura pubblica, bensì privata, in quanto provengono dai soci delle banche in questione.

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