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Banche, i prestiti e il cul de sac di Francoforte

di Alessandro Penati


BCE (Reuters)

3' di lettura

La Bce è in un cul de sac. Per uscirne dovrebbe invertire rotta. Giovedì scorso, ha tagliato la stima di crescita dell’Eurozona all’1,1%, dall’1,7% previsto solo tre mesi fa; e l’inflazione all’1,2%, quasi la metà dell’obiettivo statutario del 2%. Ma la Bce insiste con Tltro (finanziamenti a tasso zero alle banche a fronte di prestiti erogati) e tassi negativi sui propri depositi: una vecchia ricetta che ha dato prova di non riuscire a rilanciare credito ed economia.

La vera motivazione di questo Tltro è evitare una crisi finanziaria alle banche italiane e spagnole che altrimenti sarebbero state costrette a rifinanziare sul mercato i prestiti del precedente Tltro : solo a giugno per cifre stimate in 100 e 75 miliardi rispettivamente. Questi finanziamenti sono in scadenza da metà 2020 ma, a causa della nuova regolamentazione bancaria, non possono avere vita residua inferiore all’anno.

Il Tltro agisce come un sussidio per la banca, aumentando il margine di interesse. Ma funziona solo se c’è una domanda crescente di prestiti. Mentre in questo momento è vero il contrario. Infatti il precedente programma è stato utilizzato per quasi il 60% da banche italiane e spagnole per comprare titoli di Stato, lucrando il differenziale, senza aggravi sul capitale di vigilanza perché i titoli sono considerati privi di rischio. Il nuovo Tltro ha un massimale del 30% delle attività idonee per cercare di limitare l’abuso. Ma non credo serva ad aumentare i prestiti.

Se anche funzionasse, il sussidio del Tltro è più che compensato dalla pseudo-tassa sul margine delle banche costituita dagli interessi negativi applicati dalla Bce, che deprimono il rendimento dei prestiti, legati ai tassi Euribor che seguono quelli della Bce, mentre il costo dei depositi non può essere negativo, e le obbligazioni bancarie pagano uno spread. Da più parti si auspicava un’inversione della politica, con tassi nulli o positivi sui depositi della Bce e magari negativi sul Tltro. Ma non è andata così e i titoli delle banche hanno perso quasi il 6% in due giorni: un de profundis per l’agognata crescita dell’offerta di credito.

Nessun commento dalla Bce sulla fine del Quantitative easing (Qe) a fine dicembre scorso che, alla luce delle sue previsioni economiche di oggi, appare prematura vista l’efficacia che questa politica ha avuto negli Usa, e nel rilancio dell’economia europea nel 2017. Né sulla struttura del Qe, visto che il vincolo alla quantità di titoli di Stato acquistabili da ogni Paese che la Bce si era auto-imposta, aveva portato all’esaurimento dei titoli tedeschi idonei, impedendo di fatto un eventuale riavvio del Qe.

Nessuna analisi critica sul mancato raggiungimento ormai da 11 anni dell’obiettivo di inflazione del 2%, che la Bce stessa non prevede neanche per il 2021. Anche Giappone e Stati Uniti non hanno raggiunto i propri, ma almeno ammettono il problema e cercano soluzioni nuove: il Giappone allargando lo spettro delle attività nel bilancio della Banca centrale; gli Usa passando da un obiettivo di inflazione a uno di livello dei prezzi, che implica periodi prolungati di inflazione sopra il 2% dopo periodi prolungati al di sotto del 2% per poter raggiungere il livello dei prezzi prefissato. Un pragmatismo che evidentemente cozza con i dogmi di Francoforte.

Venuto meno nell’Eurozona il traino dell’export per le condizioni critiche venutesi a creare in Usa, Cina e Regno Unito, diventa impellente recuperare i ritardi accumulati negli investimenti, specie tecnologici e infrastrutturali. È compito delle politiche fiscali, tramite investimenti pubblici, sussidi efficaci e tagli di imposte per le imprese. Problematiche che esulano dalle competenze della Bce; ma che non le vieterebbero un doveroso richiamo alla responsabilità dei governi.

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