Attualita

Banche, sui titoli di Stato «mina» da 5,8 miliardi

di Laura Serafini


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3' di lettura

«La preoccupazione di molti per i debiti pubblici elevati è giustificata, ma la tesi secondo cui una revisione del trattamento prudenziale delle esposizioni sovrane sarebbe indispensabile per recidere il nesso tra banche e Stato trascura il fatto che questo legame si alimenta soprattutto attraverso canali diversi dall’esposizione diretta». Nelle sue considerazione finali il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ha dedicato un lungo passaggio alle richieste sempre più pressanti – in particolare da parte dei paesi nordeuropei – per introdurre un giro di vite sul trattamento prudenziale dei titoli emessi dal proprio Stato di appartenenza e posseduti dalla banche. Il pressing è aumentato negli ultimi mesi di pari passo con la percezione di un aumento del rischio di paesi fortemente indebitati come l’Italia e della eventualità che questi, in virtù delle scelte politiche sui conti pubblici, non riescano a onorare i propri debiti.

In verità non si tratta di un semplice spettro che aleggia nei corridoi della Commissione europea. A fine 2017 il comitato di Basilea aveva esaminato, e poi accantonato, un documento che introduceva nella regolazione la ponderazione di un rischio nei bilanci bancari sui titoli di Stato posseduti.

Oggi quei titoli sono considerati «risk free» e non richiedono alcun accantonamento patrimoniale. Ma se venisse approvata la bozza del 2017, il sistema bancario italiano dovrebbe fare accantonamenti aggiuntivi per circa 5,8 miliardi di euro. Il calcolo è fatto considerando l’esposizione complessiva del sistema, pari a 376 miliardi a fine 2018. E utilizzando la “decodificazione” del testo di Basilea eseguita dall’agenzia S&P lo scorso anno e in base alla quale si calcolava la necessità di accantonare 1,5 euro ogni 100 euro di esposizione. Una stretta che in verità l’agenzia riteneva alquanto blanda poiché, si spiegava, in caso di default dello Stato per i creditori ci sarebbe una perdita media sull’investimento del 40% contro l’1,5% degli accantonamenti previsti. La riunione del comitato di Basilea, composto dai governatori delle banche centrali di tutto il mondo, includeva, come presidente della Bce, Mario Draghi. Il suo incarico, però, terminerà a novembre, mentre in Europa si infittisce il fronte dei falchi che vorrebbero misure più drastiche per separare il rischio delle banche (che possono innescare una crisi sistemica) da quello dello Stato di appartenenza. In teoria la ponderazione dei titoli di Stato nei bilanci bancari potrebbe essere introdotta solo in Europa, modificando le direttive sui requisiti patrimoniali. Anche se questo determinerebbe svantaggi competitivi a carico degli istituti europei rispetto a quelli extraeuropei.

L’ESPOSIZIONE DELLE BANCHE IN TITOLI DI STATO

Controvaloree principali banche (marzo 2019) e intero sistema (2018)

L’ESPOSIZIONE DELLE BANCHE IN TITOLI DI STATO

Visco è contrario a una misura del genere perché la ritiene inefficace, visto che i rischi maggiori in caso di default arriverebbero non dalle banche ma dall’economia reale, oltre che onerosa. «Un forte aumento nella percezione del rischio associato al debito di uno Stato può innescare rapidamente una spirale recessiva, scatenando tensioni sociali dagli esiti imprevedibili. Il sistema bancario ne sarebbe fortemente colpito indipendentemente dalla sua patrimonializzazione e dalla sua esposizione diretta», ha chiosato. È evidente, del resto, che a fronte di una stretta sulla ponderazione dei Btp la prima reazione delle banche sarebbe quella di venderli. «Non vi è d’altra parte evidenza – ha continuato – che i benefici connessi con una revisione del trattamento prudenziale delle esposizioni sovrane superino i costi, né che la riduzione del rischio a esse associato possa ottenersi con il semplice spostamento dei titoli di debito pubblico dalle banche ad altri detentori».

Il Governatore ha inoltre ricordato come all’Euro Summit di fine 2018 è stato deciso di introdurre – a partire dal 2022 – nei titoli di Stato dei paesi membri una clausola «di azione collettiva a maggioranza singola» che consente di accelerare la ristrutturazione del debito di un paese in default, perché non obbliga più la vigilanza Ue (Ssm) a trovare l’accordo con la maggioranza dei diversi creditori che detengono le varie tipologie di titoli di Stato, ma è sufficiente la maggioranza dei detentori anche di titoli diversi. Ma per Visco questa è una magra consolazione. «Dati gli stretti legami economici e finanziari tra i vari paesi dell’area euro – ha concluso – gli effetti di tale crisi sarebbero gravi e imprevedibili non solo per il paese coinvolto ma anche per gli altri».

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