istituti in liquidazione

Banche venete in liquidazione. Slitta in serata il Cdm per il decreto «a tutela dei risparmiatori»

di Isabella Bufacchi, Luca Davi, Marco Ferrando e Gianni Trovati

Foto Ansa

5' di lettura

Dopo l'ennesima giornata di tensioni è arrivato, nella tarda serata di venerdì, il via libera di Francoforte alla “liquidazione ordinata” di Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Il Meccanismo unico di vigilanza ha riconosciuto l’insolvenza dei due istituti, che ora devono essere gestiti sulla base della «procedura italiana di insolvenza». Si tratta della liquidazione coatta amministrativa, cioè del meccanismo previsto dagli articoli 80 e seguenti del Testo unico bancario che rappresenta la chiave di volta per l’operazione-Intesa. A stretto giro è arrivato dall’Economia il comunicato sul fatto che «il Governo si riunirà nel fine settimana per adottare le misure necessarie ad assicurare la piena operatività bancaria, con la tutela di tutti i correntisti, depositanti e obbligazionisti senior». Per varare il decreto legge è atteso un consiglio dei ministri che era stato convocato in prima battuta per le 13 di sabato, ma che poi è slittato alle 18. La corsa serve anche a garantire l’apertura regolare degli sportelli lunedì.

Ue: per le banche venete la soluzione si avvicina
È quanto ha fatto sapere la Commissione europea, dopo il sostanziale via libera della Bce . «La Commissione europea ha preso atto della decisione della Banca centrale europea e del Sistema unico di risoluzione bancaria a proposito della Banca popolare di Vicenza e di Veneto Banca», ha scritto in serata in un comunicato un portavoce della Commissione europea a Bruxelles dopo che l'autorità monetaria ha considerato le due istituzioni fallite o sull'orlo del fallimento. «Secondo le regole europee, spetta ora alle autorità italiane decidere come agire in linea con il diritto fallimentare italiano».

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Ue: buoni progressi per trovare una soluzione molto presto
«La Commissione ha in corso una discussione costruttiva con le autorità italiane a proposito di una bozza di proposta presentata dall'Italia in vista di un sostegno pubblico – ha continuato il portavoce -. Si stanno facendo buoni progressi per trovare una soluzione molto presto. I depositanti restano pienamente protetti sulla base delle regole comunitarie». Secondo l'esecutivo comunitario, il sostegno pubblico è consentito in queste situazioni dalla comunicazione bancaria del 2013. Le norme prevedono in casi come questo il burden sharing, vale a dire la partecipazione alle perdite degli azionisti e degli obbligazionisti non privilegiati. «In questo contesto, il burden-sharing non prevede che vengano colpiti gli obbligazionisti privilegiati e i depositanti», ha concluso il portavoce.

Un venerdì di vertici e negoziati
Il semaforo verde si è acceso dopo un'altra giornata di vertici, negoziati e allarmi intorno al caso delle Venete. Le ultime trattative, in particolare, hanno riguardato la questione degli esuberi, circa 4mila secondo le stime, che emergeranno con la ristrutturazione, e che andranno gestiti con un nuovo maxi-finanziamento, almeno un miliardo, al fondo per il personale bancario in eccesso.

L’operazione all’avvio
Con l'approvazione europea e il decreto in arrivo, può dunque partire l'operazione che separa le attività “good” dei due istituti, destinate a Intesa, da quelle “bad”, rappresentate da Npl, crediti deteriorati e crediti in bonis ma ad alto rischio. Tutta questa parte, per un valore destinato a viaggiare intorno ai 20 miliardi, sarà a carico delle banche liquidate, che saranno commissariate e riceveranno il grosso del finanziamento statale all'operazione. La liquidazione amministrativa cancella la licenza bancaria, quindi i due istituti saranno fuori dal mercato: un dato, questo, decisivo per il via libera della Dg competition.

I costi per gli investitori
L'operazione evita la risoluzione delle banche, e quindi il bail in a carico di obbligazionisti senior e depositanti per le quote superiori a 100mila euro. Non evita però il burden sharing sulle obbligazioni subordinate, per cui il decreto dovrà mettere in campo forme di indennizzo per i piccoli investitori. Il “modello”, da questo punto di vista, sarà quello che verrà messo in campo per Mps una volta ottenuta l'approvazione ufficiale di Bruxelles dopo l'«accordo di principio» delle scorse settimane.

I tre pilastri del provvedimento
In sostanza, il decreto del governo dovrebbe essere articolato su tre pilastri: l'estensione delle possibilità di utilizzo dei 20 miliardi di debito pubblico anche al di fuori della ricapitalizzazione precauzionale, perché i fondi pubblici dovranno andare prima di tutto alle banche commissariate (circa 5 miliardi secondo i calcoli). Il rifinanziamento del fondo esuberi è la seconda mossa, e la terza sarà rappresentata dalla sterilizzazione dei rischi legali a carico dell'acquirente.

Tempi stretti
Il decreto legge sarà accompagnato dall'impegno politico del governo a un'approvazione lampo, perché Intesa ha subordinato l'avvio dell'operazione alla costruzione di una «cornice legislativa, approvata e definitiva». Lo stesso calendario, del resto, indica l'esigenza i tagliare i tempi rispetto ai canonici 60 giorni della conversione in legge, per evitare sedute parlamentari a cavallo di Ferragosto: modalità e costi dell'operazione, però, sono senza dubbio destinati ad accendere la polemica politica sul nuovo “salva-banche”.

Il decreto legge è lo snodo fondamentale, ma non sarà l'unico provvedimento necessario a far partire davvero la macchina: un decreto dell'Economia, su proposta di Banca d'Italia, dovrà disporre la liquidazione delle due banche, e un provvedimento di Via Nazionale nominerà i commissari: uno per banca, accompagnati ciascuno da un comitato di sorveglianza di tre componenti.

La decisione è arrivata dopo ulteriori trattative frenetiche per trovare una via d’uscita. Nel tardo pomeriggio a Palazzo Chigi si è svolto un vertice fra il premier Paolo Gentiloni e il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan per le decisioni da prendere sui due istituti. Ma la giornata è stata fitta di contatti anche fra Roma e Bruxelles, e di allarmi su possibili nuovi ostacoli al piano targato Intesa e su irrigidimenti europei in particolare per quel che riguarda il nodo degli esuberi.

A lanciare quest’ultimo allarme era stato il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni, secondo cui «in Europa c’è chi vuole il fallimento di Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Rischia di saltare tutto».

Il vertice Mef-Bankitalia-Intesa
Ma sul tema tutte le agende sono state fitte di incontri. Subito dopo pranzo è iniziato un incontro in conference call tra i vertici di Banca d’Italia, il Mef e Intesa Sanpaolo per discutere dei dettagli relativi alla proposta di acquisto delle due banche venete da parte di Ca de’ Sass.

La delusione dei manager veneti
Intanto, i cda di Popolare di Vicenza e Veneto Banca sono pronti alle dimissioni, ha detto il presidente della vicentina, Gianni Mion. Certo tra Vicenza e Montebelluna, dove per mesi si è lavorato su un piano che puntava prima alla fusione e poi all'ingresso dello Stato, si respira un comprensibile senso di scoramento: «Ora tutti adesso pensano basti un euro», ha sottolineato ancora il presidente della Popolare di Vicenza: «Io non posso valutare la proposta, non mi posso lamentare dei professori, io sono stato bocciato. È stato bocciato tutto, le persone, il piano e pure io». Anche il Cda di Veneto Banca in una nota segnala che nella seduta straordinaria di ieri il board «ha riaffermato la validità del progetto messo a punto dal management e si è rammaricato che il tempo trascorso dalla sua messa a punto, e il conseguente deterioramento della situazione della banca, abbiano reso impossibile reperire i fondi privati», “impedendone così l'attuazione”. La nota di Montebelluna richiama quella dai toni analoghi, diffusa ieri in tarda serata dalla Banca Popolare di Vicenza.

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