Economia Digitale

Banda larga, la lunga rimonta dell’Italia

La copertura è nella media europea nelle città ma sono ancora indietro le aree rurali del Paese non solo al Sud. Nelle principali città gli operatori hanno iniziato la commercializzazione del 5G, ma le competenze digitali di base sono basse

di Guido Romeo

4' di lettura

L’Italia si è rimessa in gara sul fronte della banda larga e, anche se ancora insegue i campioni mondiali come Singapore, ha ricominciato la sua corsa sul fronte della connettività.

È quanto emerge dall’edizione 2020 del Digital Economy and Society Index (Desi) stilato dalla Commissione europea. Negli ultimi due decenni l’Italia è caduta dalle prime posizioni che, nel 2000, vedevano Milano ai primi posti tra le città cablate nel mondo grazie a Metroweb e Fastweb, al penultimo posto davanti alla Grecia di qualche anno fa.

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Oggi siamo al 17esimo posto tra i Paesi Ue per connettività, con una copertura Ftth (Fiber to the home, ovvero la fibra ottica fino alla porta di casa) in costante aumento che ci ha spinto dal 24% del 2018 al 30% del 2019 in termini di unità immobiliari cablate. Un passo avanti possibile soprattutto grazie ai 10 milioni di abitazioni raggiunte dall’Ftth di nuovi attori “wholesale” come Open Fiber.

Il dato italiano è ancora sotto la media europea del 34%, ma complessivamente davanti a Francia e Gran Bretagna e il rapporto sottolinea che il divario con il resto dell’Europa si sta riducendo. Certo, resta ancora molta strada da fare per raggiungere le vette campioni come Danimarca e Lussemburgo che superano il 60% delle case cablate in media nel paese e il 90% nelle zone urbane.

Il vero punto dolente di molti paesi europei, sottolineano gli analisti del Desi, è infatti la connettività delle aree rurali dove fino al 10% delle abitazioni non è raggiunta da nessuna rete fissa e il 41% non ha accesso a connessioni a banda larga. È proprio nelle aree rurali che si registra uno dei gap digitali più marcati interni all’Unione.

Mentre per Paesi Bassi, Lussemburgo, Germania, Danimarca, Svezia e Belgio non sembra esserci differenza tra la penetrazione della banda larga nelle aree urbane e il resto del Paese, in molti stati membri come Italia, Bulgaria, Finlandia, Lettonia, Romania, Polonia, Lituania, Malta, Portogallo, Grecia, Francia e Spagna, le zone rurali arrancano con distacchi che vanno dal 12 al 30% rispetto alle città.

In Italia questo ritardo è evidente non solo al Sud, ma anche in regioni come la Lombardia con 10 milioni di abitanti in 2mila comuni. La nostra popolazione è infatti distribuita in 8mila comuni con appena il 12% dei quasi 60 milioni dei cittadini residenti in centri urbani di più di 250mila abitanti. Parigi, per esempio, accoglie il 20% della popolazione nazionale, mentre Roma appena il 4% ed è chiaro che cablare un territorio denso come una città ha ritorni sull’investimento molto più interessanti per gli operatori.

Questi ultimi si stanno muovendo in fretta con investimenti consistenti sulla fibra anche perché, secondo uno studio Arthur D. Little, una rete completamente in fibra garantisce un tasso di guasti tra 2,5 e 15 volte inferiore rispetto a una in rame, costi di manutenzione fino a 7 volte inferiori e consumi energetici tra le 2,2 e 6,7 volte più bassi.

Per questo, molti grandi incumbent nati con una rete nazionale in rame, hanno avviato da tempo la migrazione verso la fibra, prima di tutto in Asia. Singapore ha completato lo switch-off nel 2018, NTT in Giappone, con una penetrazione della fibra del 72%, la completerà nel 2023.

Per tornare in Europa, la svedese Telia, con una penetrazione del 51%, nel 2024, la spagnola Telefonica, con una penetrazione del 50%, la completerà quest’anno mentre la francese Orange, con il 25% delle case collegate, avvierà il processo nel 2023 per completarlo nel 2030, con risparmi stimati sulle manutenzioni superiori al mezzo miliardo di euro all’anno.

L’Italia punta al 2025 ma si stima avrà bisogno di ancora qualche anno. Fondamentale sarà il completamento del piano di Open Fiber previsto per il 2023 con 20 milioni di case cablate.

Un fattore critico per gli investimenti in Europa – come ha notato recentemente Francesco Sacco, economista dell’Università dell’Insubria e di Sda Bocconi nel paper “The Evolution of the Telecom Infrastructure Business” è la profittabilità degli operatori di tlc in calo costante dal 2011. In media, per gli operatori europei, la profittabilità è significativamente inferiore agli Usa. Anche se in Francia e Germania sta migliorando, in Italia è il 30% rispetto all’altra sponda dell’Atlantico.

I dati raccolti prima della pandemia Covid dell’inizio dell’anno indicano, tuttavia, che il nostro paese è in una buona posizione in termini di preparazione al 5G, in quanto sono ha assegnato tutte le bande pioniere e sono stati lanciati i primi servizi commerciali. Siamo infatti al terzo posto in Europa per la “readiness” al 5G grazie anche al 94% dello spettro armonizzato a livello Ue per la banda larga senza fili già assegnato.

Le sperimentazioni del 5G, iniziate nel 2017, sono ancora in corso, sia nell’ambito del programma lanciato dal ministero dello Sviluppo economico “5 città per il 5G”, sia in base agli accordi volontari tra operatori e comuni. Nel 2019 alcuni operatori italiani hanno avviato la commercializzazione delle offerte 5G nelle principali città.

Se l’Italia corre sul fronte tecnologico, segna invece una nota dolente su quello del capitale umano dove accusiamo ancora forti carenze. Rispetto alla media Ue, l’Italia registra infatti livelli di competenze digitali di base e avanzate molto bassi e nel 2019 ha perso due posizioni.

Solo il 42% delle persone di età compresa tra i 16 e i 74 anni possiede almeno competenze digitali di base (58% nella Ue) e solo il 22% dispone di competenze digitali superiori a quelle di base (33% nella Ue) mentre il 17% delle persone che vivono in Italia non ha mai utilizzato Internet (quasi il doppio della media Ue). Sebbene sia aumentata raggiungendo il 2,8% dell’occupazione totale, la percentuale di specialisti Tlc in Italia è al di sotto della media Ue (3,9%).

La quota italiana di laureati nel settore Tlc è stabile rispetto alla relazione Desi 2019 (sulla base dei dati del 2016). Il risultato è che Solo il 74% degli italiani usa abitualmente Internet. Sebbene il paese si collochi in una posizione relativamente alta nell’offerta di servizi pubblici digitali dell’e-governement, il loro utilizzo rimane scarso.

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