Studenti e ricercatori

Bandi Erc, per ogni cervello che rimane in Italia ce n’è un altro che parte

di Eu.B

2' di lettura

Per ogni “cervello” che resta in Italia per approfondire i suoi studi o avviarne di nuovi ce n’è almeno un altro che preferisce invece andare all’estero. Covid o non Covid. Brexit o non Brexit. A dirlo sono gli ultimi numeri dell’European research center che ha appena festeggiato le 10mila “borse” erogate, con una cerimonia a Bruxelles alla quale hanno partecipato - tra gli altri - la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, e il numero uno dell’Europarlamento, David Sassoli.

Anche in tempi di pandemia i grant dell’Erc sono un termometro efficace dello stato della ricerca nel Vecchio continente. E non solo. In un contesto generale che ha visto venire fuori - tra i 10mila borsisti (i 2/3 dei quali under 40) finanziati dal 2007 a oggi - 7 Nobel, 4 medaglie Fields e 9 premi Wolf. Ma anche 200mila pubblicazioni scientifiche (incluso l’1% delle 6.100 citazioni top), 2.200 brevetti e 300 nuove società. Il valore aggiunto dei grant dell’Erc è rappresentato dal fatto che i progetti finanziati alcune volte riguardano Phd o post-doc all’inizio della carriera; altre invece interessano scienziati già noti che, grazie ai fondi Ue, possono consolidare le loro scoperte.

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Venendo all’Italia, come spesso accade quando parliamo di innovazione e ricerca, il quadro complessivo è in chiaroscuro. Se è vero che il nostro Paese occupa il quarto posto per nazionalità dei ricercatori premiati, con poco più di 1.000 Grant (alle spalle di Germania, Regno Unito e Francia), scende al sesto per numero di progetti ospitati. A causa di un import-export quasi a saldo zero. A fronte di 64 studiosi stranieri che sono venuti da noi e 534 connazionali che hanno scelto di restare ce ne sono infatti 498 che hanno optato per la fuga. Per i tedeschi lo stesso rapporto è di 1.189 a 632, con 497 accessi dall’estero; per gli inglesi è di 1.057 a 172, con 1.074 ingressi stranieri.

Dietro questi dati si cela l’appeal ancora limitato delle nostre strutture. Basti pensare che nella classifica dei primi 20 atenei per attrattività di borsisti dell’Erc, capitanata da Oxford e Cambridge, non c’e alcuna realtà tricolore. E lo stesso vale per i migliori 6 centri di ricerca.

Tra le tante ombre una luce però c’è. E arriva dalla Sapienza. Nell’elenco, aggiornato al 2021, dei 15 progetti che secondo l’European research center hanno trasformato la scienza, l’università capitolina compare ben due volte, con altrettanti progetti sviluppati da Roberto Navigli, principal investigator del dipartimento di Informatica: da un lato, “MultiJedi - Multilingual joint word sense disambiguation”; dall’altro, “Mousse - Multilingual open-text unified syntax-independent semantics”. Utili a rendere lo studio delle lingue online e la traduzione automatica a un livello di comprensione più vicino alla realtà. E, di conseguenza, a umanizzare l’intelligenza artificiale.

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