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Bankitalia, Isole e Nord Est leader nei rincari

Dall'analisi emerge che l'aumento dei prezzi al consumo è legato al peso dei settori che includono beni energetici e alimentari nella spesa. Le imprese chimiche e metallurgiche del Nord Ovest sono quelle più colpite dagli aumenti

di Marta Casadei

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3' di lettura

Le famiglie che vivono nelle regioni del Nord Est, in Sicilia e in Sardegna sono quelle che hanno perso più potere d’acquisto a causa dell’impennata dell’inflazione. La ragione di questo divario rispetto ad altri territori sta nell’incidenza di alcune categorie di spesa nell’incremento dei prezzi al consumo e nel paniere di spesa delle famiglie: alimentari, trasporti (e quindi benzina) e costi per l’abitazione (bollette incluse), infatti, influenzano negativamente le aree in cui “pesano” di più.

L’analisi, anticipata al Sole 24 Ore del Lunedì, è contenuta nel report «L’economia delle regioni italiane» che la Banca d’Italia ha presentato il 3 novembre. Il rapporto annuale viene realizzato per indagare in modo approfondito le dinamiche congiunturali per le quattro macroaree del Paese: Nord Ovest, Nord Est, Centro e Mezzogiorno. Il periodo in esame va da gennaio 2021 a settembre 2022, ma il quadro risulta di particolare importanza alla luce dell’impennata dell’inflazione: a ottobre Istat ha registrato un aumento del +11,9% su base annua.

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L’energia impatta sulle Isole

Tornando indietro di un mese, e quindi a settembre 2022, la variazione sui 12 mesi dell’indice nazionale dei prezzi al consumo per la collettività (Nic) ha registrato un picco nelle Isole dove ha toccato il 10,2%, contro l’8,9% dell’aumento nazionale sempre su base annua. Il differenziale si spiega analizzando l’apporto delle divisioni di spesa che includono beni energetici e dell’alimentare alla crescita dei prezzi e alla tipologia di consumi più comuni in loco. In Sicilia e Sardegna prodotti alimentari, trasporti e costi (anche energetici) per la gestione della casa hanno un peso maggiore sull’incremento dei prezzi e assorbono una quota importante (circa il 67%) della spesa delle famiglie che secondo l’Istat, nel 2021 si è attestata sui 2.011,52 euro al mese contro i 2.437,36 euro della media nazionale. Si tratta di consumi difficilmente comprimibili che solitamente hanno un’incidenza più alta nel paniere delle famiglie con livelli di spesa inferiori, relativamente più diffusi nel Mezzogiorno.

I ristoranti incidono a Nord Est

L’altra area interessata è il Nord Est: anche in questi territori la variazione dell’indice generale dei prezzi a settembre 2022 (+9,4%) supera la media nazionale (+8,9%). In questo caso specifico, la differenza è legata sia al peso delle componenti di spesa a base energetica (e quindi la benzina per l’auto, l’elettricità e il gas per la casa), ma rispecchia anche il contributo dei servizi ricettivi e di ristorazione: nell’Italia nord orientale, infatti, hanno un peso maggiore nel paniere di consumo delle famiglie. Seppure in misura minore in quest’area geografica - dove nel 2021 una famiglia ha speso, secondo l’Istat, in media 2.637 euro al mese, quindi oltre la media nazionale - pesano anche i consumi nelle categorie arredamento, servizi per la casa e “altri servizi”.

Il peso sulla manifattura

L’aumento dei prezzi - e in particolare quello dei costi dell’energia - non crea solo divari territoriali sul piano del potere d’acquisto delle famiglie. Ma anche su quello delle imprese: secondo le elaborazioni della Banca d’Italia su dati Istat, infatti, l’incremento dei costi per le aziende che operano nel settore manifatturiero (ad eccezione della raffinazione del petrolio) è stato più accentuato nel Nord Ovest dove si concentrano produzioni chimiche e metallurgiche.

Queste industrie nel corso del 2022 sono state interessate da una crescita dei costi degli input particolarmente sostenuta. Di contro, le imprese del Centro e del Mezzogiorno hanno registrato costi minori, complice la presenza di comparti meno esposti ai rincari come il tessile, gli alimentari e i mezzi di trasporto.

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