la performance filmata

Banksy a Venezia: nessuno riconosce l’artista e la sua arte “fuori legge”

di Marilena Pirrelli


Blitz di Banksy a Venezia, i vigili lo allontanano

2' di lettura

Con oltre 2,3 milioni di visualizzazioni su Instagram in una giornata, Banksy rende virale, com'è nel suo stile, il video della performance questa volta nei pressi di piazza San Marco a Venezia, dove la polizia municipale allontana un uomo - che non mostra mai il suo volto alla telecamera - che senza autorizzazione ha montato una bancarella con delle tele. È accaduto il 9 maggio scorso a due giorni dall'apertura al pubblico della 58ª Biennale d'Arte , appuntamento del quale lo street artist annota su Instagram: «Sto preparando la mia bancarella alla Biennale di Venezia. Nonostante sia il più grande e prestigioso evento artistico del mondo, per qualche motivo non sono mai stato invitato».

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Nel video, l'artista di cui non si conosce l’identità, ha registrato la performance in sincronia temporale con l'immagine sullo sfondo di una nave da crociera nel bacino San Marco. Ed è proprio un “gigante del mare” che passa e le tele, che una volta affiancate come un puzzle rivelano l'immagine più ampia di una nave da crociera bianca che naviga nel bacino di San Marco, il soggetto del suo “Venice in oil” scritto sul cartello della bancarella. In tanti si chiedono chi sia Banksy e la risposta non c’è proprio perché l’anonimato è parte integrante della sua arte. Nelle rare interviste sotto copertura ai giornali inglesi al Guardian nel 2003 aveva detto: «Essere svegli fa parte del profilo del bravo street artist. L'arte sta anche nel non essere beccato ed è la cosa più eccitante che ti porti a casa alla sera, una sensazione straordinaria meglio del sesso e delle droghe». E ancora nel 2013 a The Village Voice aveva dichiarato: «Quando i graffiti non hanno una componente illegale perdono gran parte della loro innocenza».

L'invisibilità è stata una condizione necessaria e irrinunciabile per Banksy anche a Venezia. La natura illegale del graffitismo costringe alla segretezza e svelare la propria identità significherebbe per Banksy perdere il quid della sua creatività e firmare una confessione dei suoi “crimini” d'arte. Nel 2010 diceva al Sunday Times Magazine: «Potrebbe sembrare un trucco elaborato per realizzarsi col pubblico, ma l'anonimato è assolutamente vitale nel mio lavoro, non potrei dipingere senza». È l'arte di strada elevata a disubbidienza al sistema. L’artista contemporaneo più seguito del pianeta sembra ricordarci in ogni sua apparizione le contraddizioni in cui viviamo (le navi restano e gli artisti vanno) e l’importanza del pubblico. E contro chi lo aveva accusato di essersi svenduto al mercato, Banksy si difese nel 2010 sul Time Out London: «Io dico a me stesso che uso l’arte per promuovere il dissenso, ma forse sto piuttosto usando il dissenso per promuovere la mia arte . Mi dichiaro non colpevole di tradimento. Ma mi dichiaro innocente da una casa più grande di quella in cui vivevo prima». Cioè prima che la sua casa divenisse il mondo, la sua arte divenisse virale , la sua identità la più ricercata e le sue opere strapagate dai collezionisti. L’unica soluzione oramai è continuare ad operare in incognito e fuori dalla legge.

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