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Bar e ristoranti, Fipe: 130mila posti a rischio. Coldiretti: fuori casa un terzo dei consumi alimentari

All’Assemblea nazionale della Federazione dei Pubblici Esercizi l’allarme sulla crisi del settore, con rischio chiusura per 30mila imprese

di Emiliano Sgambato

3' di lettura

Sono 30mila le imprese a rischio chiusura, con la conseguente perdita di almeno 130mila posti di lavoro, in un contesto di instabilità, insicurezza e preoccupazioni. A lanciare l’allarme è Fipe-Confcommercio con il presidente, Lino Enrico Stoppani che in occasione dell’Assemblea annuale mette in fila problemi e priorità per garantire una prospettiva al settore che vede protagonisti bar e ristoranti.

«Un settore come il nostro - sottolinea il presidente - uscito dall’emergenza in gravissime condizioni, va sostenuto con provvedimenti emergenziali di rafforzamento e di estensione temporale dei crediti d’imposta sui costi energetici, la rateizzazione delle bollette e nuovi interventi di sostegno alla liquidità delle imprese, anche con gli strumenti di garanzia pubblica. Inoltre va definito un Piano energetico nazionale che preveda la diversificazione delle fonti e dei fornitori, con l’implementazione di un “Recovery Fund Energetico” europeo, capace di correggere anche il perverso meccanismo di determinazione del prezzo dell’energia».

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«Certamente abbiamo alle spalle una stagione estiva confortante sui numeri e sulle presenze – continua – ma se guardiamo poi quali sono i dati permangono quelle difficoltà di natura economica che danno evidentemente un interrogativo. L’auspicio è che le cose possono migliorare anche se siamo in piena crisi permanente, con continui nuovi problemi dall’energia ai temi della sostenibilità economica dell’impresa e le prospettive di certezze e tante situazioni di stabilità anche di carattere internazionale».

«Sono necessarie politiche attive in grado di riqualificare, innovare e investire sulle competenze, vecchie e nuove, e percorsi di orientamento per i giovani verso percorsi formativi e scolastici in grado di dare prospettive occupazionali – ha detto ancora Stoppani – contrastando anche il dumping contrattuale che interessa il settore. Senza dimenticare il riordino delle norme che regolano il mercato, per dare corpo al principio stesso mercato, stesse regole». E poi, servono «politiche di rigenerazione urbana che vedano i pubblici esercizi come una risorsa e non come un problema, valorizzando i dehors come parte di un nuovo progetto di spazio pubblico finalizzato a rendere le città più belle, più attrattive e più sicure».

Il settore del turismo e dei pubblici esercizi «va ringraziato» per aver «salvato un’immagine di crescita del Paese – ha affermato il ministro per le Imprese e il Made in Italy, Adolfo Urso – «perché a fronte dell’impatto negativo del settore industriale, c’è stato un risultato positivo sorprendente da turismo e servizi. Avremo anche come collegati alla manovra un provvedimento specifico sul made in Italy e un provvedimento che riformerà gli incentivi, affinché poi davvero vi sia la possibilità di mettere in campo il massimo delle risorse in modo più significativo per rilanciare l’innovazione e quindi la crescita».

«Ma la politica non basta – recita una nota della Fipe – occorre una nuova consapevolezza anche da parte delle stesse imprese. Ed è quello che molte di esse stanno facendo ripensando i modelli di offerta e riorganizzando i processi anche all'insegna della sostenibilità, non solo per ottenere benefici economici nell'immediato, ma anche per una nuova sensibilità verso il contesto nel quale l'impresa opera».
«È in momenti come questo – spiega Stoppani – che diviene tanto più necessario intervenire sui processi, sulla logistica, sugli orari e i tempi di servizio, sulla organizzazione e gestione del personale, sulla determinazione dei prezzi, e sull'implementazione di nuovi servizi. Nessuno, se non noi stessi, possiamo risolvere il problema della bassa marginalità, che a sua volta nasce dalla difficoltà di associare il prezzo al valore dell'offerta impedendo di trasferire correttamente sui listini le dinamiche dei costi e le legittime aspettative di profitto».

E la crisi della ristorazione travolge – commenta la Coldiretti – l’intera filiera agroalimentare con i consumi fuori casa che rappresentano un terzo della spesa degli italiani. La riduzione dell’attività pesa, infatti, sulla vendita di molti prodotti, «dal vino alla birra, dalla carne al pesce, dalla frutta alla verdura che trovano in ristoranti e bar un importante mercato di sbocco». In alcuni settori «come quello ittico e vitivinicolo – continua Coldiretti – la ristorazione rappresenta addirittura il principale canale di commercializzazione per fatturato, ma ad essere stati più colpiti sono i prodotti di alta gamma dal vino ai salumi, dai formaggi fino ai tartufi».

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