il voto in catalogna

Barcellona stanca di «guerra» torna alle urne senza illusioni

dall'inviato Luca Veronese


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(AP)

3' di lettura

BARCELLONA - Alle finestre e sui balconi non sventola più solo la Estellada, la bandiera a strisce con la stella simbolo dell’indipendenza della Catalogna. Lungo le strade di Barcellona ha conquistato spazio, come non accadeva da anni, la bandiera spagnola. Si vota domani, come ha deciso il governo di Madrid dopo aver commissariato le istituzioni regionali: la campagna è stata dominata dall’articolo 155 che ha azzerato l’autonomia catalana. L’accusa di ribellione per tutta la giunta catalana, la conseguente incarcerazione di Oriol Junqueras, il leader irriducibile della Sinistra repubblicana, e la fuga del governatore Carles Puigdemont in Belgio hanno lacerato il fronte indipendentista.

«La città sembra come anestetizzata», dice un agente dei Mossos d’Esquadra che ha appena finito il turno in Placa de Sant Jaume, davanti al Palau della Generalitat, il centro del potere politico catalano. Nei giorni più caldi dello scontro con Madrid, i Mossos, la polizia locale, erano diventati gli eroi dell’autonomia: disobbedendo agli ordini, si erano infatti rifiutati di intervenire per bloccare il referendum sulla secessione dichiarato «illegale» dalle autorità spagnole. «Qualcosa si è rotto, sì la gente è ancora arrabbiata, tanti - dice il poliziotto sistemandosi il berretto - vogliono ancora che la Catalogna diventi una nazione sovrana. Ma ci sono anche molti catalani che si sono rassegnati e hanno cominciato a pensare che il prezzo da pagare è troppo alto. Molti tra noi agenti si sono spaventati vedendo i nostri leader e i nostri superiori sotto processo. Rajoy si è dimostrato più duro di quanto si pensasse. E invece Puigdemont è scappato e Junqueras dal carcere cosa può fare?».

Fino al referendum del primo ottobre, voluto dagli indipendentisti per arrivare all’indipendenza contro tutte le leggi spagnole e, senza avere alcun sostegno internazionale, le rivendicazioni secessioniste di Barcellona erano cresciute fino a diventare dominanti nella regione e maggioranza nel Parlamento. La chiusura miope del governo nazionale di Mariano Rajoy al nuovo Statuto catalano e a qualsiasi riforma in senso più marcatamente federalista dello Stato spagnolo aveva finito per alimentare la voglia di sovranità dei catalani. La recessione economica, durissima anche nella regione più ricca del Paese, aveva aggiunto motivi di insoddisfazione e contrasto con Madrid. In quel decisivo primo ottobre, le cariche contro i cittadini ai seggi della Guardia Civil, la polizia nazionale chiamata a rimpiazzare i Mossos, avevano esposto Rajoy alla condanna internazionale, le immagini trasmesse dalle tv e su internet in tutto il mondo, sembravano aver dato ulteriore spinta al nazionalismo catalano.

Poi l’articolo 155 ha cambiato gli equilibri. Rajoy, con fermezza, ha stroncato la corsa verso l’indipendenza. E nelle elezioni di domani punta almeno a strappare la maggioranza ai partiti secessionisti. «Hanno alimentato il loro fanatismo quasi religioso fino a far credere a molti catalani di vivere già in una repubblica indipendente. Anche se gli stessi leader indipendentisti sapevano bene che non era così, che era impossibile da realizzare», ha dichiarato il commissario del governo spagnolo per la Catalogna, la vicepremier Soraya Saenz de Santamaria.

«Fa male sentire queste cose», dice Jordi Vives, uno degli studenti che coordinano il movimento Universitats per la Republica. «A Madrid dimenticano - aggiunge Vives - che, anche secondo i loro sondaggi, a volere l’indipendenza è la metà dei catalani». Le analisi pre-elettorali indicano in effetti - nonostante questa campagna anomala - una sostanziale parità nei consensi e una leggera prevalenza nei seggi in Parlamento per i partiti indipendentisti. Ma difficilmente i conservatori di Puigdemont e la Sinistra di Junqueras potranno accordarsi per governare. Entrambi hanno tuttavia fatto capire che può esistere un’alternativa all’indipendenza, il governo di Madrid sta insistendo sulla legalità e sull’articolo 155 come deterrente anche per il futuro. «Se il fronte pro-indipendenza conquisterà la maggioranza dovremo sederci e parlare», dice Enric Millo, il delegato del governo spagnolo in Catalogna. «Dovremo parlare - spiega meglio Millo - di come incanalare le preoccupazioni e le aspirazioni della gente catalana dentro i limiti della legge dello Stato».

L’affluenza alle urne dovrebbe essere altissima, addirittura superiore all’80 per cento, a tutto vantaggio, secondo gli analisti elettorali, degli unionisti di Ciudadanos, o dei mediatori come Socialisti e Podemos. Per la Catalogna sarà difficile arrivare a un governo stabile, ma l’indipendenza non sarà più, comunque vada, la priorità per il nuovo Parlamento. A fare la differenza saranno i catalani che fino a ieri erano indecisi, e quelli che dopo anni hanno trovato lo slancio di esporre sul loro balcone la bandiera spagnola.

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