LA GRANDE TRASFORMAZIONE

Baricentro europeista con più coraggio

di Sergio Fabbrini


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3' di lettura

Avranno avuto molto da discutere, martedì sera, i capi di governo degli Stati membri dell’Unione europea (Ue) che si sono riuniti “informalmente” per valutare gli esiti delle elezioni di domenica scorsa. Quegli esiti confermano la grande trasformazione in corso nella Ue, una trasformazione che sta ridefinendo i termini della politica continentale. Vediamo perché.

I sovranisti sono cresciuti, ma al di sotto delle aspettative. La sfida sovranista ha portato a un incremento di seggi dei tre maggiori raggruppamenti antieuropeisti (Conservatori e Riformisti Europei, Europa delle Nazioni e della Libertà, Europa della Libertà e della Democrazia Diretta), ma tale rafforzamento arriva a rappresentare meno di ¼ dei seggi parlamentari. Per di più, i tre raggruppamenti avranno difficoltà a coalizzarsi nel breve periodo, viste le loro differenze di politica estera e i loro contrastanti interessi di politica economica. Nondimeno, condividendo il radicale rifiuto dell’immigrazione, tali forze sono destinate a trovare un punto di convergenza, avviando la formazione di una (seppure spuria) opposizione sovranista nel Parlamento europeo. Un fatto positivo, in sé, in quanto obbligherà i raggruppamenti europeisti a superare la loro inerzia culturale oltre che il loro opportunismo politico. Non è positivo, invece, che tale opposizione sovranista includa i due partiti dell’attuale governo italiano, uno dei quali (la Lega) destinato ad avere un ruolo di leadership al suo interno. La promessa roboante, fatta dai leader dei due partiti italiani in campagna elettorale, di «spazzare via l’establishment europeo» si è trasformata, invece, nella loro marginalizzazione nel processo decisionale europeo. Sarà difficile sentire la loro voce relativamente alla scelta del presidente del Parlamento europeo, della Commissione europea e dei commissari europei. Un esito preoccupante per il nostro Paese, che rimane la seconda manifattura d’Europa e la terza economia dell’Eurozona.

A loro volta, gli europeisti si sono frammentati, ma non si sono ridimensionati. Anzi. È vero che i due grandi partiti che hanno funzionato come baricentro del Parlamento europeo (Partito Popolare Europeo e Socialisti e Democratici) non sono più in grado di formare una maggioranza autosufficiente (il primo ha perso 35 seggi, il secondo 42). Tuttavia, il voto europeista si è trasferito sui Democratici e Liberali per l’Europa (cresciuti di 40 seggi con l’arrivo dei francesi di Renaissance di Emmanuel Macron) e i Verdi Europei (cresciuti di 20 seggi, grazie soprattutto al successo del partito tedesco). Il declino del Partito Popolare Europeo e dei Socialisti e Democratici è l’esito del conservatorismo (culturale e politico) dei due partiti tedeschi, a lungo maggioritari al loro interno, l’Unione cristiano-democratica e il Partito socialdemocratico. I quattro raggruppamenti, se si alleano, rappresentano poco più di 500 dei 751 seggi del Parlamento europeo. Una maggioranza notevole. Pur essendoci divisioni tra di loro e all’interno di ognuno di essi, quei partiti condividono la stessa prospettiva europeista. Una prospettiva che rende possibile la collaborazione per trovare soluzioni collettive. Tale collaborazione finirà (però) per mettere in discussione la pratica dello spitzenkandidat. Anche se il Partito Popolare Europeo ha avuto più seggi rispetto agli altri partiti (ma ne ha persi rispetto al 2014), difficilmente il suo spitzenkandidat Manfred Weber potrà diventare il presidente della Commissione europea. Né potrebbe diventarlo Frans Timmermans, spitzenkandidat dei Socialisti e Democratici, in quanto non ci sono i seggi sufficienti per dare vita a una tradizionale maggioranza di sinistra. Saranno piuttosto i Democratici e Liberali, e soprattutto i francesi di Macron, a funzionare come il nuovo perno di una maggioranza parlamentare europeista. Il nuovo presidente della Commissione emergerà da un negoziato tra i leader parlamentari della nuova maggioranza, oltre che (e soprattutto) tra i capi di governo che si riconoscono in quest’ultima. Così, Emmanuel Macron, battuto a Parigi (seppure per poco), potrebbe emergere come il probabile vincitore a Bruxelles.

Insomma, nella Ue è in corso una grande trasformazione. Si sta formando un nuovo baricentro europeista che promette di essere più visionario e coraggioso di quello precedente. Contemporaneamente le varie opposizioni sovraniste troveranno un modo per coalizzarsi, se vogliono contare qualcosa sulle politiche che per loro contano (come quella migratoria). Tale ristrutturazione, tuttavia, lascia spazi ristretti ai partiti del governo italiano. Fino a quando potrà durare il mismatch tra Bruxelles e Roma?

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