LE ALTRE METE BARCELLONA E SYDNEY

Barman italiani a Londra a prova di Brexit: le alternative ci sono

di Maurizio Maestrelli


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Angelo Sparvoli

2' di lettura

Il Connaught Hotel di Londra, storico albergo superlusso annidato nel quartiere di Mayfair, ha un “cuore” italiano. È quello del bar dove, alla guida di Agostino Perrone, tutto lo staff è tricolore. Situazione simile in un altro hotel leggendario della capitale inglese, il Savoy, dove l'American Bar può annoverare dieci connazionali tra i ventuno componenti del team. E questi sono forse semplicemente i casi più eclatanti. Insomma, c'è da chiedersi se i barman italiani possiedono qualche “arma speciale” per piacere così tanto nei top bar londinesi e noi l'abbiamo fatto approfittando di una masterclass organizzata nello spazio Indrinkable di Milano, da Marianna Piva e Mattia Pastori, con Angelo Sparvoli, venticinque anni e da due e mezzo senior bartender proprio all'American Bar dell'Hotel Savoy.


- Allora Angelo, qual è il trucco?
«Nessun trucco, credo che il successo degli italiani nei cocktail bar londinesi si debba al nostro calore umano e al nostro senso dell'ospitalità».

- Che cosa significa per te, ospitalità?
«L'ospitalità è riuscire a rendere migliore la giornata dei nostri ospiti. Se uscendo una persona sorride, significa che ha avuto una bella esperienza, che probabilmente ricorderà e la porterà a frequentare di nuovo il bar».

- Prima di Londra, hai lavorato ovviamente in Italia ma anche in Portogallo. Che cosa rende la capitale inglese così unica?
«Tutte le esperienze internazionali insegnano molto, Londra ha il fatto di poter annoverare luoghi e professionisti d'eccellenza e di essere un mercato sempre in fermento».

- La consiglieresti anche ad altri italiani?
«Certamente. Si sente dire che il mercato londinese sia saturo, ma non è così. Per chi ha voglia d'imparare e d'impegnarsi lo spazio c'è».


- Anche ora con la “spada di Damocle” chiamata Brexit?
«Beh, se ne parla ma ancora relativamente. Credo che i problemi maggiori li incontrerà chi arriverà in futuro. Nel mio caso comunque lavoro per una compagnia internazionale quindi non sono molto preoccupato».


- Nel senso che al massimo tornerai in Italia?
«In Italia magari in futuro, per il momento preferirei scegliere ancora l'estero. Ci sono città molto interessanti per un barman che vuole crescere come me. Penso a Barcellona o all'Australia, in particolare a Sydney o a Melbourne».

- L'American Bar del Savoy ha visto passare, e lo vede tuttora, celebrities mondiali ed è stato il palcoscenico di barman entrati nel mito come Ada Coleman, la prima barlady, o Harry Craddock, l'autore del Savoy Cocktail Book. C'è un episodio che hai vissuto e che ti piace ricordare?
«Noi abbiamo molte etichette vintage e molto costose. Un affezionato cliente straniero un giorno ne acquistò una e, per non correre rischi, pagò il biglietto aereo a una persona del nostro staff affinché gliela consegnasse a domicilio».

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