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Barrese: «Intesa Sanpaolo pronta ad accompagnare le imprese nella transizione»

Secondo il responsabile della divisione Banca dei Territori dell’istituto di credito, il Paese è di fronte a una trasformazione epocale. Prioritario investire su sostenibilità, digitalizzazione e formazione

di Giovanna Mancini

Intesa Sanpaolo: attesa crescita del 4% Pil 2021 Paesi Eurasia

6' di lettura

Intesa Sanpaolo si prepara a un piano di credito a lungo termine per accompagnare le imprese italiane nella svolta che attende il Paese. Una «transizione epocale», come la definisce Stefano Barrese, responsabile della divisione Banca dei Territori dell’istituto.

«Gli elementi ci sono tutti – assicura Barrese -. C’è un ottimo Piano, il Pnrr, ci sono le risorse, ci sono personalità politiche importanti alla guida del Paese. C’è, soprattutto, una base imprenditoriale forte e sana, che dopo la crisi del 2008 ha compiuto un percorso di rinnovamento e ha rafforzato la propria struttura finanziaria. Non è un caso che stia uscendo bene e rapidamente dalla crisi della pandemia: siamo il Paese esportatore più forte d’Europa e questo lo dobbiamo alla qualità delle nostre produzioni, figlie dell’innovazione».

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Come fare per non sprecare questa opportunità?

La parte difficile viene adesso: attuare il Pnrr in modo coeso, puntando su una crescita inclusiva. In questo senso è centrale il tema della formazione, intesa non soltanto come strumento per le nuove generazioni, ma anche per elevare il livello di competenze tecnologiche di chi oggi già lavora. Un altro fattore fondamentale è il tempo: il nostro orientamento in questa fase è mettere a disposizione delle imprese crediti con scadenze molto lunghe, anche attraverso le garanzie di Sace, come accaduto nell’ultimo anno. Stiamo studiando soluzioni per finanziare investimenti su transizione green e digitale, o rinegoziare posizioni in essere, portando le scadenze a 20 anni, in modo che le aziende abbiano il tempo necessario non solo per il recupero degli investimenti stessi, ma anche per il ripristino dei cash flow. Stiamo vivendo un cambiamento epocale e le grandi trasformazioni hanno bisogno di tempo.

L’Italia è pronta per questa grande trasformazione?

Io sono ottimista e lo sono sulla base dei fatti che, come Banca dei Territori, rileviamo quotidianamente attraverso il nostro rapporto con le imprese. Ci sono alcuni asset su cui le aziende dovranno investire e che Intesa Sanpaolo intende accelerare mettendo a disposizione 410 miliardi di euro di erogazioni a imprese e famiglie nell’arco del periodo del Pnrr, cioè fino al 2026. La digitalizzazione è uno degli asset decisivi e perciò abbiamo ideato, nell’ambito del programma Motore Italia lanciato a marzo scorso, una nuova soluzione di finanziamento, i Digital Loan, per accompagnare e accelerare i processi di trasformazione delle Pmi. Il plafond è di 4 miliardi e all’interno abbiamo ritagliato capitoli specifici sulla formazione, perché il tema delle competenze è fondamentale nella trasformazione digitale del Paese. Non a caso, è uno dei quattro ambiti di intervento su cui si fonda l’accordo che il Gruppo ha recentemente sottoscritto con Confindustria, per mettere a disposizione delle imprese 150 miliardi alle imprese.

Alcuni elementi di criticità, come la scarsità di materie prime o i costi dell’energia, possono compromettere la ripresa e la trasformazione?

Terrei separati due temi: quello dei costi energetici secondo me è transitorio. Non è la prima volta che il nostro Paese si trova ad affrontare fluttuazioni anche importanti del costo dell’energia. Sul tema delle materie prime, invece, le aziende dovranno fare delle riflessioni e riconsiderare la dimensione delle scorte. Per anni è prevalso un modello produttivo che privilegiava magazzini light o addirittura zero magazzino. Non che fosse sbagliato, ma di fronte alla crisi degli approvvigionamenti, le imprese che non avevano scorte si sono trovate costrette a fermare o rallentare la produzione e di conseguenza a evadere gli ordini in ritardo. Questo rischia di creare danni enormi. Oggi la priorità deve essere garantire la continuità delle forniture, per evitare che le grandi multinazionali americane, tedesche, giapponesi o anche cinesi si rivolgano ad aziende di altri Paesi. Al tempo stesso, in questa crisi vedo anche una opportunità: solo dalla ricostruzione delle scorte stimiamo un potenziale che vale un punto di Pil.

Non c’è il rischio che poi le imprese si trovino con i magazzini pieni di componenti pagati a prezzi altissimi, che nel frattempo avranno perso valore?

Il punto ora è decidere se tornare ai vecchi modelli o innovarli. Un certo volume di scorte è necessario, per fare fronte a possibili blocchi della supply chain come quelli a cui stiamo assistendo. Una soluzione potrebbe essere la condivisione dei magazzini, magari a livello di filiera. Si discute molto anche di reshoring di alcune produzioni di base: è un tema importante, legato anche a questioni di natura geopolitica. Per ridurre la dipendenza da Paesi terzi, che potrebbero da un giorno all’altro chiudere i rubinetti, l’Unione europea dovrebbe creare maggiore coesione al proprio interno o a livello transatlantico, non per chiudersi all’interno dei confini, ma per muoversi in maniera sinergica ed essere quanto più possibile autonomi almeno sui fronti più importanti, come quello energetico o delle scorte.

Quale ruolo giocano le filiere nel rilancio dell’economia?

Sono l’elemento di tenuta del sistema produttivo italiano, al quale abbiamo dato massima attenzione, tanto che nel 2015 abbiamo avviato il Programma Sviluppo Filiere. Il nostro impegno è che una grande azienda e le tante piccole realtà fornitrici trovino un progetto condiviso attorno a cui creare la filiera. Questo sarà decisivo anche alla luce del Pnrr, perché per distribuire rapidamente le risorse servono le grandi imprese, ma poi è la filiera lo strumento attraverso cui coinvolgere la vastità di quelle più piccole. Il sistema che abbiamo realizzato con il nostro Programma prevede che sia il capofiliera a selezionare i fornitori strategici. Questo diventa uno stimolo per i fornitori a investire per essere inseriti nella filiera, in modo da ottenere credito a condizioni migliori, con un rating equiparato a quello del capofiliera.

Quali altri strumenti avete messo in campo?

Lo scorso anno abbiamo ideato gli S-Loan, prestiti finalizzati a investimenti su sostenibilità ambientale, sociale, di governance, concedendo alle aziende benefici di prezzo in base a una serie di obiettivi condivisi, da inserire poi in bilancio. In questo modo l’imprenditore innalza i livelli di qualità, riduce la dipendenza da fonti energetiche non rinnovabili e migliora la qualità dell’informazione finanziaria. Nella maggior parte dei casi, il bilancio di un’azienda non rappresenta neanche lontanamente il livello di qualità della sua produzione. Come Intesa Sanpaolo siamo impegnati a integrare la loro lettura attraverso la raccolta di informazioni qualitative e approfondendo la visione dei progetti e delle opportunità delle aziende. Attraverso gli S-Loan e altre soluzioni finanziarie offriamo strumenti per valutare questi aspetti e tradurli in benefici finanziari o di rating.

La presenza di coperture assicurative incide sul rating?

Un’impresa che fa una copertura assicurativa ottiene un beneficio che potremmo valutare attorno al notch, che può sembrare poco, ma si traduce in uno scatto nella classe di rating. In un Paese fortemente vocato al risparmio come l’Italia la cultura assicurativa è scarsa, a differenza di quanto avviene nei Paesi vocati al consumo, come il mondo anglosassone. Ma è un tema importante e le aziende un po’ alla volta lo stanno capendo. I numeri sono buoni: la nostra divisione assicurativa va molto bene e credo che raggiungeremo presto risultati significativi.

È possibile quantificare l’impatto sul valore o sulla crescita delle imprese di questi progressi qualitativi?

Il miglioramento è evidente nella riduzione dei flussi che ci sono stati tra gli anni della crisi e oggi e nella forte diminuzione registrata negli ultimi 12 mesi nel passaggio al credito deteriorato. Un’impresa che investe in sostenibilità o sul digitale ha meno probabilità di entrare in sofferenza, perché mediamente riesce ad adeguare più velocemente la sua produzione alle modifiche strutturali e di scenario che il mercato subisce, con riflessi positivi sul rapporto fra il margine e il fatturato, rispetto a quelle che non investono sulle stesse dimensioni. Un’azienda sana è più attrattiva e questo è un grandissimo vantaggio competitivo.

Il tema delle dimensioni aziendali quanto incide sulla crescita?

La dimensione aziendale è importante, però solo se è associata a qualità, sostenibilità e tecnologia. Noi come banca stiamo spingendo le aziende a fare massa critica e devo dire che nell’ultimo periodo abbiamo notato una maggiore attenzione sulle aggregazioni. In passato eravamo noi a dover stimolare il mercato in questa direzione, oggi è il mercato stesso che ne ha compreso l’importanza e dunque cerca i professionisti per concretizzare possibili aggregazioni. La punta della piramide è rappresentata dalle Ipo: sono il segnale di quanto un certo segmento di aziende abbia capito l’importanza del mercato dei capitali come vetrina e come opportunità di crescita.

L’Italia ha tante eccellenze industriali. Qual è secondo lei il settore più promettente?
In questo momento c’è una grande attenzione, anche da parte nostra come banca, sull’economia dello spazio, che è un po’ come il selvaggio West alla fine Ottocento: una nuova frontiera di esplorazione, in cui cercare materie prime, ma anche di sperimentazione, che può dare vita a soluzioni innovative in ambiti tradizionali, dal Food alla salute. C’è infatti una parte più tradizionale di questa industria, che va dalla Terra allo spazio, ed è quella che comprende la produzione di componenti per missili o satelliti, e la partecipazione a missioni governative. Poi esiste però anche una parte innovativa, che va viceversa dallo spazio alla Terra è ha ricadute importanti su tutti i settori industriali, coinvolge start up e piccole aziende. È qui, credo, che l’Italia con le sue eccellenze può giocare il ruolo più importante.

Riproduzione riservata ©

  • Giovanna ManciniRedattore ordinario

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: Italiano, inglese, tedesco

    Argomenti: Industria del design e arredo, made in Italy, cronaca di Milano, consumi, industria del commercio, e-commerce

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