la maxi fusione nell’oro

Barrick guarda già oltre Randgold e studia come crescere ancora

di Sissi Bellomo

(REUTERS)

3' di lettura

Non ha ancora portato a casa la fusione con Randgold, ma Barrick Gold è già al lavoro per crescere ulteriormente. Il gigante canadese dell’oro sarebbe tornato a discutere con il suo rivale storico, Newmont Mining, per unire le forze nel Nevada (Usa). Inoltre sta intrattenendo «conversazioni» con cinesi e sauditi per uno scambio di miniere: rame contro oro.

A resuscitare il tema delle sinergie con Newmont è stata Reuters, in coincidenza con il voto degli azionisti sul merger da 6 miliardi di dollari che darà vita alla New Barrick. I soci del gruppo di Toronto ieri hanno approvato l’operazione con una maggioranza del 99%, mentre il verdetto dell’assemblea di Randgold è atteso per domani.

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Da oltre vent’anni si fantastica su un matrimonio tra Barrick e Newmont, ipotesi che anche le due minerarie hanno esplorato a più riprese. Nel 2014 le trattative si erano spinte molto avanti, salvo infrangersi su una serie di pesanti divergenze, anche caratteriali, tra i leader delle società.

Al timone di Newmont c’è tuttora Gary Goldberg, che subito dopo l’accordo Barrick-Randgold si è affrettato a spegnere le speculazioni su un’ulteriore integrazione, sottolineando che il suo gruppo non è interessato oggi, così come non lo era quattro anni fa.

I rumor odierni non riguardano però un’eventuale fusione, ma solo una joint venture o altre forme di collaborazione limitate al Nevada. Inoltre qualcosa è cambiato rispetto al 2014: il ceo di Barrick – quel John Thornton che si era scontrato aspramente con Goldberg – si appresta a fare un passo indietro, lasciando la guida operativa del gruppo allargato a Mark Bristow, l’attuale ceo di Randgold, per assumere la carica di presidente.

Nel Nevada le potenziali sinergie tra Barrick e Newmont sono sempre state evidenti: gli analisti oggi le stimano intorno a 300 milioni di dollari l’anno, ma all’epoca dei negoziati per la fallita fusione si diceva che costituissero «la maggior parte» delle sinergie totali, valutate un miliardo di dollari.

Barrick deriva oltre il 40% della sua produzione di oro dal Nevada (2,3 milioni di once nel 2017). Newmont vi ha estratto 1,8 milioni di once e nello Stato Usa possiede anche diversi impianti di lavorazione dell’oro, che fanno gola ai canadesi.

Nel Nevada la società Usa è peraltro già socia (con il 25%)  di una joint venture con Barrick per lo sfruttamento di Turquoise Ridge, una miniera che – insieme a Fourmile, sempre in Nevada – è stata citata da Thornton come uno dei gioielli del gruppo: depositi auriferi che hanno la potenzialità di diventare Tier 1, asset di prima classe, con una produzione superiore a 500mila once l’anno, una vita residua di almeno 10 anni e costi ridotti.

La New Barrick avrà in mano 5 delle 10 migliori miniere del mondo, in base a questi parametri, e potrebbe arrivare a 9 «in un arco di tempo relativamente breve» ha detto Thornton.

Il ceo ha citato tra le operazioni più promettenti anche Veladero in Argentina e North Mara in Tanzania (posseduta attraverso Acacia Mining, che non ha ancora risolto le dispute con il governo locale). Ma ha alluso anche a ulteriori acquisizioni, o quanto meno «swap» tra depositi di rame e oro.

A questo proposito, ha rivelato Thornton, Barrick ha già avviato «conversazioni rilassate e di lungo termine» con società in Arabia Saudita e Cina, che sono «molto interessate» ai suoi asset nel rame.

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