Opinioni

Barriere psicologiche che frenano la corsa della mobilità elettrica

di Fabrizio Zerbini e Laura Colm

(Petair - stock.adobe.com)

4' di lettura

La diffusione della mobilità elettrica è una delle sfide più importanti per la decarbonizzazione e per la transizione verso una società sostenibile. Purtroppo, però, il 2021 si è chiuso con l’Italia in fondo alle classifiche internazionali (dati Ernst & Young, EY Electric Vehicle Country Readiness Index), e anche per questo motivo il 2022 si è aperto con il legislatore intento a rilasciare piani di incentivo all’acquisto di auto green ( in gran parte elettriche e ibride-plug in) nell’intento di recuperare il terreno perduto.

La transizione verso una mobilità sostenibile, però, non avviene solo attraverso stanziamenti che permettono di abbattere i prezzi delle nuove tecnologie in campo automobilistico, né sono sufficienti strategie di abbinamento con leve di carattere coercitivo, come l’introduzione di restrizioni normative all’utilizzo di veicoli inquinanti in aree urbane.

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Il vero cambio di passo richiederà, verosimilmente, di più che l’uso di “bastone e carota”. Sarà presto necessario agire oltre che sui comportamenti, anche sulle motivazioni che stanno alla base delle scelte di mercato.

Perché a oggi gran parte dei consumatori entra in concessionario e ancora chiede auto a propulsione termica?

Per rispondere a questa domanda bisogna considerare almeno tre elementi, tra loro connessi, che si aggiungono alle valutazioni sul prezzo.

Per primo il fattore indipendenza. Quando si sceglie l’auto come mezzo di trasporto, le motivazioni principali sono legate alla necessità di restare indipendenti e flessibili negli spostamenti. Un veicolo elettrico offre in media una autonomia di 377 km, un veicolo a benzina di 648 km (dati Epa, United States Environmental Protection Agency 2021). Poco conta che la distanza giornaliera media di un italiano in auto sia nell’ordine dei 30 km. La percezione quando si acquista un veicolo elettrico è di fare un passo indietro su un fattore non secondario e, anzi, ormai dato per scontato, come la possibile autonomia di viaggio. Inoltre, un pieno di benzina può essere fatto in pochi minuti da oltre 20mila punti vendita. Una ricarica di auto elettrica, invece, può essere fatta a casa o già su oltre 12mila stazioni (rilevazioni Motus-e 2021), ma richiede da almeno 30 minuti fino a un massimo di 8 ore a seconda della potenza della stazione di ricarica. Il rischio è che l’opzione elettrica venga scartata anche per la sola eventualità remota di dover effettuare un viaggio lungo, non trovare una stazione di ricarica rapida al momento giusto e andare incontro così a un ritardo o a un fermo prolungato del veicolo.

Quindi si consideri il fattore standard. I motori diesel sono disponibili come alternativa ai motori a benzina sin dagli anni ’70, quindi oggi il consumatore ha i due concetti ben chiari in testa. Quando si passa a ibrido e elettrico, Bev, Full Hybrid, Phev, Mhev, sono varianti tecnologiche molto più recenti, non immediatamente comprensibili a tutti al di là delle sigle. Soprattutto, è difficile per il consumatore valutare i rischi associati a una scelta sbagliata – da cui scaturisce il timore di ritrovarsi, dopo l’acquisto, a disporre di un bene presto obsoleto e difficilmente rivendibile.

Poi c’è il costo psicologico della transizione (quello che in economia è chiamato switching cost). Quanto pesa alla fine, a livello psicologico, il fatto di accollarsi il rischio di abbandonare la propulsione termica? Non è facile fare una stima. Vengono tuttavia in aiuto le differenze tra i dati sulle intenzioni di acquisto e i dati sulle immatricolazioni: con tutti i limiti di questo tipo di confronto, si può osservare come a fine 2021 gli italiani intenzionati a scegliere auto a benzina o diesel al prossimo acquisto sarebbero il 22% (dati Bei), e come a gennaio 2022 le immatricolazioni di auto a benzina e diesel siano state una percentuale più che doppia (dati Unrae). Il subconscio del consumatore ha dunque un ruolo importante: al di là di desideri e ambizioni, finché si percepisce incertezza sul mercato, la scelta abituale è spesso preferita alla novità dalla maggior parte dei consumatori. Ecco allora che abbattere le barriere psicologiche può fare la differenza.

Le strategie per ridurre gli switching cost possono essere molteplici. Ci sono però due linee di azione evidenti, che possono ben accompagnare gli sforzi già in atto sullo sviluppo delle tecnologie di propulsione e sulle infrastrutture di ricarica, oltre che sull’abbattimento dei prezzi dei veicoli elettrici e non inquinanti.

Una prima utile direzione da seguire è rendere visibili e facilmente accessibili le stazioni di ricarica già esistenti. Spesso chi si occupa di offerta (ad esempio le case automobilistiche), è concentrato sul dato oggettivo, mentre il consumatore decide sul percepito. È quindi importante colmare questa distanza e assicurarsi che il consumatore consideri ugualmente facile trovare sul territorio una pompa di benzina o una stazione di ricarica. Finché non si riescono a portare su livelli comparabili i tempi necessari per il “rifornimento”, dovrebbero essere almeno comparabili quelli per identificare e raggiungere la stazione di “rifornimento” più vicina.

Una seconda direzione da seguire, che può fare la differenza, è quella di neutralizzare la percezione di rapida l’obsolescenza delle auto ibride ed elettriche, cavalcando l’onda del pay-per-use come alternativa all’acquisto (pay-per-own): che si tratti di noleggio a lungo termine o di forme più innovative di servizio come quelli offerti nella galassia del car sharing, resta importante permettere al consumatore di fare outsourcing dei rischi percepiti, ribaltandoli sui fornitori di mobilità, e poter quindi avere a disposizione per i propri spostamenti un’auto non inquinante, senza però doversi accollare il rischio legato alla proprietà di un bene potenzialmente difficile da rivendere in un prossimo futuro.

Quando chiediamo al consumatore che ruolo ha l’ambiente nella sua vita quotidiana, quasi nessuno è indifferente al tema o ci risponde di essere contento di inquinare. Ma nessuno, proprio nessuno, vuole complicarsi una vita spesso già percepita come difficile per tanti motivi. Se proviamo a rendere la vita più semplice al consumatore, lo aiutiamo anche a compiere scelte più in linea con i propri valori e, alla fine, a contribuire ad un mondo migliore.

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