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Bassa crescita e produttività ferma restano i problemi principali

Molteplici i fattori critici, dal peso della burocrazia all’alto livello della pressione fiscale, dal permanere di un alto debito (pari al 135% del Pil) alle resistenze all’apertura al mercato di troppi settori

di Dino Pesole

Fmi taglia stime pil mondo, crescita Italia modesta

Molteplici i fattori critici, dal peso della burocrazia all’alto livello della pressione fiscale, dal permanere di un alto debito (pari al 135% del Pil) alle resistenze all’apertura al mercato di troppi settori


4' di lettura

Il problema numero uno dell’economia italiana resta la bassa crescita, che ha a che fare con una produttività sostanzialmente ferma da anni, a causa di una molteplicità di fattori ancora non rimossi, dal peso della burocrazia all’alto livello della pressione fiscale, dal permanere di un alto debito (pari al 135% del Pil) alle resistenze all’apertura al mercato di troppi settori ancora immuni dal vento benefico della concorrenza. Il rapporto del Fmi sull'Italia lo conferma.

Meno tasse e più investimenti
La domanda interna può e deve essere riattivata attraverso un mix di misure fiscali (il taglio del cuneo fiscale da luglio va nella giusta direzione) e di spinta alla realizzazione di investimenti in infrastrutture materiali e immateriali, ora declinati sotto la voce “sostenibilità”. Il 2019 si è chiuso con un incremento del Pil nei dintorni dello 0,2%. Secondo le previsioni del Governo, il 2020 dovrebbe portare allo 0,6% la crescita, ma lo stesso Fmi nel corso del recente Forum di Davos non si è spinto oltre lo 0,5%, mentre per il 2021 la stima si attesta attorno allo 0,7%. Nel 2018 l’economia italiana era cresciuta dello 0,8 per cento. Come si vede dalle cifre, l’onda lunga della grave crisi che ha colpito l’economia nazionale negli anni successivi all’esplodere della grande crisi del 2008 non si è ancora arrestata.

La ripresa resta lenta
Siamo usciti dalla recessione, ma la ripresa continua a essere lenta e fragile. Il quadro internazionale non incoraggia all’ottimismo. L’economia mondiale continua a rallentare. Tendenza emersa chiaramente già nel corso del 2019 per effetto di fattori concomitanti quali la guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina, la Brexit e il rallentamento dell'economia tedesca, e che ora al volgere del nuovo anno evidenzia ulteriori elementi di incertezza. La Cina, ancor prima che scoppiasse l’epidemia del coronavirus, evidenziava una frenata del Pil, certo ancora a livelli attorno al 6%, ma comunque in contrazione rispetto agli anni precedenti. Ora gli analisti cominciano a interrogarsi sull’effetto (sia sul versante del commercio con l'estero che su quello dell'economia nazionale) del virus.

I possibili contraccolpi sull’export
Crescono i timori che dalla Cina possa innescarsi una nuova crisi a livello globale, timore che le Borse mondiali stanno chiaramente evidenziando in questi giorni. In un contesto internazionale dominato dall’incertezza, per l’Italia sono possibili contraccolpi sull’export, ma soprattutto come in tutti i periodi di incertezza finisce per prevalere la cautela da parte di famiglie e imprese. In sostanza, se il quadro internazionale non muterà nel corso dell’anno, pare improbabile che possa ingenerarsi l’auspicata inversione delle aspettative che come noto sono fondamentali in economia.

La spinta dalla “fase due”
Condannati allo zero virgola? Nel mondo globalizzato l’andamento dell'economia internazionale ha un peso determinante sui singoli paesi e tuttavia il margine di azione delle politiche economiche può contribuire ad attutire il colpo e a invertire il trend. È la mission del governo sul tracciato di quella che viene definita “fase due”, ora che pare dribblato senza scossoni l’appuntamento elettorale in Emilia Romagna. Certamente è da accogliere con assoluto favore il calo dello spread (per circa 20 punti percentuali) per effetto dell’esito del voto di domenica scorsa. Secondo i calcoli del ministero dell’Economia, si tratta di un risparmio di 420 milioni nel 2020 sul fronte della spesa per interessi.

L’azione di contrasto all'evasione fiscale
Possono aprirsi margini per incrementare la dote (per ora limitata a 3 miliardi nel 2020 e a 5 miliardi nel 2021) per il taglio del cuneo fiscale e per la riforma complessiva dell'Irpef che il Governo intende presentare entro fine aprile. Le entrate stanno andando oltre le previsioni, spinte dai maggiori incassi propiziati dalla fatturazione elettronica. Occorre potenziare l’azione di contrasto all'evasione fiscale e avviare finalmente un percorso credibile e strutturale di revisione e riqualificazione della spesa pubblica. Per il sostegno alla domanda interna va attivata rapidamente la leva degli investimenti, agganciandoci al treno del Green New Deal annunciato dalla Commissione europea. Come ricorda il Fmi il cuneo fiscale medio italiano sul lavoro «è di circa il 48% rispetto a una media Ue di circa il 42%. Il piano governativo riduce modestamente il cuneo fiscale dello 0,2-0,3% del Pil nel periodo 2020-21».

L’opportunità dei bassi tassi di interesse
L’invito è a riduzione più ambiziosa verso la media europea. Il problema, qualora il taglio del prelievo fiscale e contributivo sul lavoro fosse più sostenuto (30/35 miliardi), è come sempre individuare le relative risorse compensative. Secondo il Fmi la strada maestra è l’ampliamento della base imponibile e dunque il potenziamento della lotta all’evasione, ma anche la revisione delle attuali agevolazioni fiscali «in particolare quelle non mirate o che disincentivano l'offerta di lavoro». La finestra di opportunità garantita dal permanere di bassi tassi di interesse (grazie alla politica monetaria espansiva della Bce) deve essere colta in pieno, anche perché presto o tardi si tornerà alla normalità.

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    Dino PesoleEditorialista

    Luogo: Roma

    Lingue parlate: Italiano, inglese, francese

    Argomenti: Conti pubblici, Europa, attività politico-parlamentari

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