non solo debito pubblico

Bassa produttività, il «male oscuro» dell’Italia in quattro punti

di Enrico Marro


Ue taglia previsioni di crescita dell'Italia, Tria minimizza

6' di lettura

Se l’Italia è nei guai, la colpa non è solo del suo gigantesco debito pubblico. L’altro grande problema del nostro Paese è rappresentato dalla bassa produttività, cioè la scarsa capacità di crescere. Come se da una parte avessimo ogni mese una colossale rata di mutuo da pagare (gli interessi sul debito pubblico), e dall’altra uno stipendio sempre più misero (la crescita che stenta).

Più che il debito, è infatti la mancata crescita economica il “male oscuro” che sta lentamente uccidendo l’Italia: basterebbe infatti accelerare la velocità del nostro Pil a ritmi nordeuropei e il debito diminuirebbe. Ma per il nostro Paese sembra una missione impossibile. Anzi, stiamo progressivamente peggiorando. Le ultime stime della Commissione europea lo confermano: con uno striminzito +0,2% siamo gli ultimi, nella Ue, per crescita del Pil attesa nel 2019. Peggio di tutti gli altri, Grecia compresa.


PRODUTTIVITÀ DEL LAVORO 1995-2017

(Indice 2010=100). Fonte:Ocse Productivity database

PRODUTTIVITÀ DEL LAVORO 1995-2017

Prima di passare in rassegna la cause di questo “male oscuro”, vediamo bene che cos’è la produttività. In sostanza riflette la capacità di un’azienda di produrre di più, combinando meglio i vari fattori della produzione attraverso nuove idee e innovazioni tecnologiche, dei processi e dell’organizzazione. Il nostro Paese su questo fronte fatica non poco, anche se la situazione è - come spesso avviene in Italia - a “macchia di leopardo”.

L’Ocse, nel suo “Compendio degli indicatori sulla produttività”, non lascia spazio a equivoci: tra il 2010 e il 2016 la produttività italiana, intesa come Pil per ora lavorata, è aumentata solo dello 0,14% medio annuo, dato peggiore in assoluto dopo quello della Grecia (-1,09%). Ma prima della grande crisi, tra il 2001 e il 2007, il nostro Paese è risultato l’ultimo in assoluto, con una flessione dello 0,01% annuo, unico segno meno tra la quarantina di Paesi considerati dallo studio Ocse.

Vero è che in generale, soprattutto dopo la crisi del 2008, la crescita della produttività ha registrato un colpo di freno generalizzato: nell’intera Ocse è passata dall'1,77% medio del 2001-2007 allo 0,8% del 2010-2016, nell’eurozona dall'1,01% allo 0,95%. Ma da noi il fenomeno ha da tempo assunto dimensioni preoccupanti, anche prima di Lehman Brothers. Come sottolinea il bollettino statistico del Centro Studi di Fondazione Ergo, nel periodo 1995-2016 la produttività italiana è cresciuta mediamente a un modesto tasso annuo dello 0,3%. Quasi immobile.

Il nostro declino è legato a molti fattori, che possiamo provare a raggruppare in quattro macro-categorie, quattro grandi famiglie di “mali oscuri” che stanno soffocando il nostro Paese. Vediamole.

1. DIFFICOLTA’ NEL FARE IMPRESA
In Italia è sempre più difficile fare impresa. Rispetto all’anno scorso, il nostro Paese ha perso cinque posizioni nella classifica mondiale del rapporto annuale “Doing Business”, redatto ogni anno dalla Banca Mondiale, scendendo dal 46° al 51° posto della classifica.


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L’ITALIA NELLA CLASSIFICA “DOING BUSINESS 2019”

Fonte: Banca mondiale

L’ITALIA NELLA CLASSIFICA “DOING BUSINESS 2019”

L’esclusione dell’Italia dalla “top 50” si deve a molti fattori. Il nostro Paese per esempio si piazza al 118° posto per quanto riguarda le tasse e in 112° posizione per le possibilità di accesso al credito. Male anche la gestione dei permessi di costruzione (104° posto) e il rispetto dei contratti (111°). Va meglio invece per quanto riguarda il commercio oltre i confini, la risoluzione delle insolvenze e la registrazione delle proprietà.

In ogni caso tutti i principali Stati dell’Unione Europea precedono in classifica lo Stivale: la Danimarca è seconda, la Svezia 12ma, la Germania 24ma, la Spagna 30ma e il Portogallo 34°.

Ma sotto la voce “difficoltà di fare impresa” vanno aggiunte anche altre peculiarità italiane, come sottolinea il Centro Studi Fondazione Ergo: per esempio la frammentazione del tessuto produttivo con un’eccessiva presenza di piccole e medie imprese, incapaci di investire in innovazione nell’era della globalizzazione (anche se quelle organizzate nei distretti riescono a resistere meglio). E ancora: l’orientamento della specializzazione settoriale verso produzioni tradizionali a basso contenuto tecnologico, l’alto numero di “aziende zombie”, la proprietà familiare delle imprese, spesso ostacolo a innovazione e competitività. Di più: familismo, clientelismo, corruzione, inefficienza del sistema giudiziario e del settore pubblico.

2. BASSO LIVELLO DI COMPETENZE (E FUGA DI CERVELLI)
L’Italia non solo è in coda tra i Paesi avanzati per percentuale di laureati, ma ha anche uno dei più allarmanti livelli mondiali di “disallineamento” tra i percorsi di studio scelti dai giovani e le esigenze del mercato del lavoro: uno “skill mismatch” messo in evidenza anche di recente dallo studio “New Skills at Work” condotto da Jp Morgan e Università Bocconi.

Negli ultimi quindici anni, il “disallineamento” emerge con particolare evidenza nel confronto con la Germania, dove la disoccupazione tra i laureati nella fascia d’età 25-39 anni è stata del 2-4%, mentre quella degli italiani ha oscillato tra l’8 e il 13%. Questo perché la composizione per disciplina differisce nettamente da quella italiana: più laureati in informatica, ingegneria, economia e management, mentre in Italia ci sono il doppio di laureati in scienze sociali e in discipline artistiche e umanistiche rispetto alla Germania.

Domanda e offerta di lavoro non riescono insomma a incrociarsi, con lavoratori che sono o sovra-qualificati o sotto-qualificati per le posizioni aperte.

PERCENTUALE DI LAVORATORI SOVRA-QUALIFICATI NEI CINQUE MAGGIORI PAESI EUROPEI

Dati 2003-2013. Fonte: Ocse

PERCENTUALE DI LAVORATORI SOVRA-QUALIFICATI NEI CINQUE MAGGIORI PAESI EUROPEI

Il nostro Paese poi soffre poi di spaventosi ritardi sul fronte dell’istruzione professionale (“vocational training”) e di politiche attive del lavoro per la formazione continua, ma anche di una cronica scarsa cooperazione tra università e mondo delle imprese, pur con lodevoli eccezioni.

I livelli salariali italiani inoltre, legati a una struttura produttiva spesso a basso valore aggiunto, spingono poi molti brillanti laureati ad espatriare, rendendo ancora più scarse le risorse professionali indispensabili alleconomia, con conseguenze estremamente negative sulla competitività del Paese.

3. CARENZE STRUTTURALI E DIVARIO NORD-SUD
Mancata convergenza economica del Mezzogiorno, ritardo nel processo di riforma dei mercati dei beni, regolamentazione mal concepita, basso livello di concorrenza: questi alcuni dei punti deboli indicati dalla Fondazione Ergo sul fronte delle “carenze strutturali” italiane.

ANDAMENTO DELL'OCCUPAZIONE 1977-2014

Valori medi annui in migliaia (Fonte: Svimez)

ANDAMENTO DELL'OCCUPAZIONE 1977-2014

Sulla “questione Meridionale” i dati Ocse sulla produttività sono illuminanti: con una media Ue pari a 100, la Lombardia registra il maggior indice di valore aggiunto per ora lavorat a (119,6), seguita dalle Province Autonome di Bolzano (114,9) e Trento (113,4). Più in là nella classifica ecco Lazio (111,2), Liguria (110,1), Emilia- Romagna (109,7), Valle d'Aosta (106,8), Veneto (106,1) e Piemonte (105,1). Con un indice di 77,1, invece, la Calabria è ultima tra le regioni italiane e 184ma fra le 262 analizzate in Europa. Quanto al divario occupazionale, tra Nord e Sud la “forbice” è ormai di oltre 20 punti percentuali, attesta l'Istat, come quello che esiste tra la Grecia e Germania, o la Turchia e Norvegia.

Sempre secondo i dati Ocse in Italia tra il 2010 e il 2016 i tre settori con la maggiore creazione di occupazione sono stati ristorazione e servizi di alloggio (214mila posti di lavoro netti), attività domestiche (cioè le famiglie come datori di lavoro con 135mila posti) e le attività di assistenza e lavoro sociale (88mila): tutti comparti con una produttività inferiore alla media.

4. BASSI LIVELLI DI SPESA IN R&S, RITARDI SUL FRONTE TECNOLOGICO
Come rileva l’Istat, la spesa in ricerca e sviluppo in Italia, anche se aumentata durante la crisi, continua a essere inferiore a quella delle maggiori economie europee (circa l’1,3% del Pil contro una media al 2% per l’Ue), Circa il 60% di tale spesa è inoltre concentrata in appena quattro regioni: Lombardia, Lazio, Piemonte ed Emilia-Romagna.

Quanto alla tecnologia, nel famoso “Desi”, il Digital Economy and Society Index redatto ogni anno dalla Commissione europa, ci troviamo bloccati in quartultima posizione (25° su 28) prima di Bulgaria, Grecia e Romania, addirittura penultimi se consideriamo l’utilizzo di internet e ultimi per lettura di notizie online.

ITALIA QUART’ULTIMA IN EUROPA PER DIGITALIZZAZIONE

Indice di digitalizzazione dell’economia e della società (DESI) - Ranking 2018 (Fonte: Commissione Ue)

ITALIA QUART’ULTIMA IN EUROPA PER DIGITALIZZAZIONE

Se si considera la produttività multifattoriale, che considera l’efficienza totale con cui lavoro e capitale sono utilizzati nel processo produttivo e che indica tra gli altri aspetti anche l’evoluzione tecnologica, secondo i dati Ocse la situazione italiana è ancora peggiore: -0,20% medio annuo dal 1995 al 2016, con un -0,49% tra il 2001 e il 2007 e -0,01% tra il 2010 e il 2016. Anche in questo caso siamo i peggiori, con la Corea al primo posto (+2,5% medio annuo), seguita dall’Irlanda (+1,81%) tra il 1995 e il 2016.

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