New York

Basta con le città, tutti in campagna!

Negli anni Settanta Rem Koolhaas dettava il manifesto della «manhattanizzazione del mondo» esaltando la selvaggia bellezza della metropoli. Oggi inverte la rotta con una mostra al Guggenheim

di Fulvio Irace

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Negli anni Settanta Rem Koolhaas dettava il manifesto della «manhattanizzazione del mondo» esaltando la selvaggia bellezza della metropoli. Oggi inverte la rotta con una mostra al Guggenheim


3' di lettura

Sospesa al centro della celebre spirale del Guggenheim di New York c’è una balla di paglia. All’esterno, sulla Fifth Avenue, un poderoso trattore Deutz-Factor è in grado di produrle con efficienza teutonica in grande quantità.

Non è l’annuncio dei gilet gialli statunitensi ma l’avviso della mostra Countryside, The Future, ultima discesa nell’arena del Global Thinking dell’architetto olandese vincitore del Pritker Price, Rem Koolhaas, che sembra far retromarcia rispetto alle sue provocatorie tesi sulla cultura della “congestione”.

Nel 1978, con Delirious New York, Koolhaas dettava il manifesto della «manhattanizzazione del mondo»: alle pretese correttive dell’urbanistica, contrapponeva la selvaggia bellezza della metropoli della deregulation e dichiarava la congestione unica forma di urbanizzazione possibile nell’era dell’incipiente turbocapitalismo.

A sostegno del libro, aveva anche allestito, sempre al Guggenheim, la mostra The Sparkling Metropolis, non senza ironia visto che proprio l’autore del museo, Frank L. Wright, era stato un polemico detrattore della grande città, alla quale contrapponeva il sogno della «Broadacre city», la «città vivente», dove ogni casa aveva attorno un acro di verde.

Quarant’anni dopo, Countryside è il nuovo hastag con cui Koolhaas mette in discussione il concetto stesso di campagna, quell’altrove bucolico che per millenni ha rappresentato l’alternativa alla vita urbana e il riscatto dall’artificio attraverso la Natura. Campagna è oggi un termine inadeguato per descrivere la varietà di tutti i territori non urbanizzati: dagli oceani, ad esempio, e le barriere coralline ai clusters nel deserto dei siti hight tech o di Amazon che distribuiscono cibo su scala planetaria.

«Mentre negli ultimi decenni - spiega Koolhaas - le nostre energie si sono concentrare sulle aree urbane, quella che continuiamo a chiamare campagna è cambiata al di là di ogni possibile previsione, sotto le pressioni delle preoccupazioni ambientali, dell’economia di mercato, dell’influenza delle multinazionali, delle politiche della Cina o dell’Africa,eccetera. La storia di queste trasformazioni non è ancora stata scritta e lo scopo di questa mostra è di raccontarne gli aspetti più radicali e innovativi».

Contraltare agli studi sulle metropoli, Countryside si occupa infatti del 98% della superficie terrestre non occupata da insediamenti umani: una superficie enorme che sarebbe sbagliato considerare alternativa alle città, essendo più simile a un laboratorio dove la scienza è al servizio di sofisticate tecniche di produzione del cibo, come la serra a led che fa crescere pomodori sotto gli occhi dei visitatori. Paradossalmente i luoghi dove si produce cibo sono una sorta di grande rimosso che pure costituisce l’hardware che permette il funzionamento degli agglomerati urbani: sono il cortile dove si svolge il lavoro, dove viene convogliata sotto forma di prodotto l’energia necessaria al mondo.

In questa inedita campagna, ci sono più asettici addetti nella postazione remota del loro laptop, che guardiani di capre, immigranti clandestini o indigeni colombiani coltivatori di coca. È una campagna che sa poco di stallatico e molto di chimica, di bio-tecnologie, di robot, di serre tele comandate , di internet of things per l’e-commerce. Ci sono droni e satelliti, fattorie robotizzate dove le piante per crescere non hanno bisogno della luce naturale ma di sofisticati led, macchine che controllano la fotosintesi e persino fattorie per la pesca che fanno sorgere la domanda: possono gli oceani essere considerati essi stessi campagna?

Due sono i principali modelli di riferimento: il primo - Half Eart - basato sul manifesto di E.O. Wilson ,implica una radicale divisione tra la natura originaria e quella antropizzata; il secondo - Shared Planet - propone un approccio più integrato tra i due domini. Entrambi presuppongono però drastici cambiamenti nella maniera di produrre cibo e necessitano di una convergenza tra saperi di sfere diverse, ma soprattutto di politiche decisive a livello sopranazionale.

Ricorrendo al format del wallpaper, la narrativa sulla super-campagna usa i sei livelli della spirale di Wright per affrontare un tema per ogni piano, dall’industria del wellness e delle beautyfarm al “cartesianesimo” di un territorio sempre più astrattamente immaginato come sequenze di griglie geometriche. Una rassegna enciclopedica, di quelle tanto amate dall’olandese. Come Fundamentals alla Biennale di Venezia era una mostra sull’architettura senza architetti, Countryside «non è una mostra d’arte, né di architettura: piuttosto una mostra sulla socialità, sull’antropologia, sulla politica».

Come l’Harvard Guide to Shopping - monumentale ricerca sull’urbanistica commerciale - Countryside è una collezione di idee, vecchie e nuove: in mezzo a esse Koolhaas gioca la sua parte preferita,quella dell’architecte philosophe dispensatore di assiomatiche sentenze,che a volte , per troppa generalizzazione, rischiano la consistenza dei luoghi comuni.

Countryside, The Future
New York, Solomon R., Guggenheim Museum
a cura di Rem Koolhaas e Samir Bantal (AMO)

fino al 14 agosto

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