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Dai Bastoncini Findus ai burger Granarolo e al «tonno» Nestlè: cresce il plant based

I big differenziano l’offerta e crescono le start up. In campo anche i big della ristorazione veloce come Burger King e McDonald’s

di Emiliano Sgambato e Manuela Soressi

Prodotti plant based di Heura per la catena Hamerica's

4' di lettura

Sono tanti ormai i prodotti plant based di ultima generazione (quelli che imitano aspetto e sapore dei cibo di origine animale) che stanno pian piano entrando nelle abitudini alimentari delle famiglie italiane, consolidando così una nicchia di mercato che in Italia copre meno dell’1% delle vendite grocery (458 milioni compresi i prodotti di “prima generazione”) ma che promette di crescere velocemente fino a 290 miliardi di dollari i poco più di 10 anni secondo Bcg e con investimenti in venture capital già oltre i 4 miliardi l’anno.

Da Nestlé a Findus, ma spazio alle start up

Alcuni sono in commercio da tempo con successo (come ad esempio il Next Level Burger di Lidl, primo retailer a cavalcare il trend in Italia fin dal 2020).

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Altri sono più recenti, come quelli della spagnola Heura, azienda specializzata in carne vegetale che ha più che raddoppiato il fatturato nel 2021, arrivando a quota 17,7 milioni di euro. Presente in 17 Paesi, Heura è certificata B-Corp e punta molto su “etichetta corta” e sostenibilità della produzione.
Arriva invece dal Brasile la proposta al 100% senza glutine e Ogm free e priva di aromi artificiali e grassi idrogenati della start up Future Farm, che ha raccolto nel mondo 78 milioni di euro di finanziamenti.

Tra le new entry c’è anche il “tonno” vegano Vuna proposto da Garden Gourmet, il brand con cui Nestlé presidia il mercato del vegetale e che ha chiuso il 2021 con un 64% di vendite annue in più. «L’ancora contenuta penetrazione della categoria e il forte trend di crescita rappresentano un’enorme opportunità per conquistare nuovi consumatori – afferma la marketing manager food di Nestlé Italiana, Anna Maestrelli –. Innovazione all’insegna di varietà e gusto, comunicazione e multicanalità saranno i nostri cavalli di battaglia del 2022».

Anche i Bastoncini Findus ora sono disponibili nella versione a base di fiocchi di riso: l’obiettivo è imitare l’originale di merluzzo, ma «senza pesce» è scritto in evidenza sulla confezione. Sono gli ultimi arrivati in casa Nomad Foods, che aveva già lanciato burger, polpette, salsicce e nuggets a base di proteine di piselli e che ha anche avviato una partnership con BlueNalu per introdurre in Europa prodotti ittici da colture cellulari. L’obiettivo della gamma Green Cuisine – compresi tutti i prodotti vegetali più “classici” – è arrivare a 200 milioni di fatturato entro il 2025.

Dalle bevande ai burger

Oggi circa metà del giro d’affari del plant based resta comunque nelle mani dei prodotti che per primi hanno conquistato il mercato, ossia le bevande vegetali, che continuano a macinare vendite (+11% nel 2021 su base annua secondo Iri) grazie alla continua innovazione, come dimostra il boom di quella di avena (+35%). Tuttavia gli esperti si aspettano uno sprint soprattutto nella gastronomia, che rappresenta “solo” il 25% della spesa ma va già veloce: dopo i classici burger vegetali, avanzano quelli che riproducono gusto e consistenza della carne. Un business che ha “ingolosito” anche aziende come Granarolo, entrato nel meat alternative con il burger vegano Unconventional, oggi numero uno a volume (oltre il 46% di quota). «Siamo market leader anche in termini di crescita in un mercato dalle enormi opportunità – afferma il direttore generale di Granarolo Filippo Marchi – e intendiamo sviluppare le vendite anche all’estero».

Burger King e Mc Donald’s in campo

Molte catene di ristorazione stanno introducendo prodotti plant based nei loro menu da affiancare all’offerta più tradizionale. Si tratta senz’altro di un termometro dell’interesse dei consumatori e delle potenzialità di business che promette questo settore.

Dopo l’introduzione “sperimentale” (e a termine) del Rebel Wopper nel 2019, primo in Italia Burger King propone già in tutti i locali il suo burger plant based e i suoi nuggets senza carne (prodotti da The Vegetarian Butcher di Unilever). Qsrp, il gruppo di cui fa parte Burger King, ha anche stretto una partnership con Novish per la fornitura di prodotti ittici a base vegetale.

Il McPlant di McDonald’s (prodotto invece da Beyond Meat) è in fase di testing negli Usa e lo sbarco in Italia è solo questione di tempo: «Siamo consapevoli che si tratta di un passaggio epocale, la via verso le alternative vegetali è già una realtà. Quello che stiamo valutando non è “se” inserirle nei nostri menu – dice Dario Baroni, ad di McDonald’s Italia – quanto al “quando”, lo faremo quando saremo certi di poter offrire al consumatore italiano un prodotto che incontra pienamente i suoi gusti e le sue aspettative».

Anche i salumi diventano veg

Puntano sul gusto italiano i salami e prosciutti vegani su cui investono anche big storici della salumeria made in Italy. In primis il Gruppo Felsineo, che ha costituito una newco dedicata al veg, da cui oggi esce oltre il 60% della produzione nazionale di affettati veg, realizzati secondo il metodo esclusivo Mopur e per il 75% certificati bio. «Su FelsineoVeg abbiamo investito 6 milioni di euro – afferma l'amministratore delegato Emanuela Raimondi – in un’ottica di diversificazione aziendale e di sostenibilità, e per soddisfare ogni approccio alimentare. In quattro anni abbiamo raggiunto i 3 milioni di euro di fatturato, per il 25% realizzati all’estero».

L’export genera il 65% delle vendite di Joy, azienda di prodotti plant based a marchio Food Evolution. «Abbiamo avuto un ottimo riscontro in Gdo e raddoppiato il giro d’affari, spiega il fondatore e ceo Alberto Musacchio. L’azienda umbra è piccola (meno di un milione di euro di fatturato) ma ha obiettivi ambiziosi e per supportarli l’anno scorso ha fatto entrare nuovi investitori, tra cui il colosso distributivo svizzero Migros.

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